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Regioni, addio verifica preventiva sulle spese
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Le riforme del governo Monti: annunciate, mai fatte davvero

Il tempo stringe ma i tamburi di guerra non smettono di rullare. Al Senato il decreto legge per introdurre sulle spese regionali controlli ben più rigorosi di quelli finora previsti dalle norme, varato dal governo di Mario Monti sull'onda degli scandali che hanno travolto la Regione Lazio, deve affrontare altre prove dopo le peripezie già passate a Montecitorio. Non è un segreto che anche a palazzo Madama c'è chi vorrebbe spuntare ancora un po' le unghie della Corte dei conti, cui il testo di partenza del provvedimento assegnava poteri estesi. Si parla, per esempio, di porre limiti tanto agli atti sui quali i magistrati contabili potrebbero esercitare le verifiche quanto alla possibilità di impiego della Guardia di finanza. Per non parlare dell'innalzamento della soglia dei 15 mila abitanti al di sopra della quale scattano per le amministrazioni comunali controlli semestrali supplementari rispetto a quelli ordinari.

Come sta a dimostrare la vicenda del tetto minimo di 66 anni d'età e 10 di mandato che il governo Monti avrebbe voluto mettere alle pensioni dei consiglieri regionali, reso di fatto inapplicabile con una modifica apparentemente insignificante, la digestione da parte del parlamento di misure del genere si presenta piuttosto problematica. Anche perché una fetta consistente degli onorevoli (il sito l'infiltrato.it ne ha contati 280, di cui 80 al Senato) è transitata nelle assemblee delle Regioni prima di arrivare alle Camere. C'è dunque chi continua a ritenere che il decreto del governo contenga forzature inaccettabili per le autonomie locali sancite dalla Costituzione, pure di fronte all'evidenza dei disastri provocati nei conti pubblici dall'assenza di efficaci meccanismi di controllo proprio sulle spese di quegli enti. Così l'unico serio deterrente per chi vorrebbe allentare i bulloni del decreto resta appunto la mancanza di tempo. Difficilmente, nel caso di modifiche, il provvedimento potrà infatti tornare alla Camera per una terza lettura prima della sua scadenza. Tanto più tenendo presente l'ingorgo incredibile di leggi e decreti nelle poche settimane che ancora precedono lo scioglimento del Parlamento.

La Camera, in ogni caso, ha già provveduto a privare la Corte dei conti del potere di verifica preventiva di legittimità sulle decisioni regionali. Di fatto, una specie di diritto di veto sugli atti che i magistrati contabili ritenessero incompatibili con i principi di una corretta gestione. La motivazione? Semplificare le procedure dei controlli evitando al tempo stesso di sollevare gli amministratori dalle loro responsabilità, ma senza intaccare la sostanza del decreto. È certo però che la cosa non è affatto piaciuta al presidente della Corte Luigi Giampaolino, convinto che una modifica del genere possa pregiudicare seriamente il potere di intervento della sua magistratura. Da qui la preoccupazione che il Senato si accinga adesso a fare altre e ancor più radicali amputazioni.

La partita è decisamente molto complessa. Perché da una parte ci sono le resistenze delle Regioni che fanno breccia in Parlamento. Mentre dall'altra l'ampliamento della sfera d'azione dei giudici contabili (il decreto affida alle loro cure, per dirne una, anche i bilanci dei gruppi politici nei consigli regionali) genera preoccupazioni di diverso tenore. Alla Camera Giampaolino ha assicurato che la Corte dei conti è nelle condizioni di far fronte ai «nuovi compiti che le sono stati attribuiti con il personale attualmente in servizio». L'associazione dei magistrati della Corte ha però spedito il 31 ottobre scorso ai presidenti della commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera, rispettivamente Donato Bruno e Giancarlo Giorgetti, una lettera di due pagine per denunciare pesanti carenze di organico. Chiedendo, fra le righe, di allargare per i giudici contabili le maglie del blocco del turnover dei dipendenti pubblici.

C'è scritto che dei 613 posti teoricamente previsti ne sono coperti appena 444. E se si considerano gli 11 magistrati fuori ruolo perché impegnati in altri incarichi istituzionali (uno di loro, Paolo Peluffo, è sottosegretario alla presidenza del Consiglio) il numero scende a 433. Di questi, poi, ben 52 sono «in regime di trattenimento in servizio» avendo già superato 70 anni, limite d'età per la pensione. Senza di loro, il personale sarebbe ridotto al 62 per cento della cosiddetta «pianta organica» dei 613. Le sezioni regionali di controllo, sottolinea la lettera del sindacato, «non possono usufruire delle prestazioni di più di 120 magistrati». Con situazioni di notevole sofferenza.

La Lombardia, regione con circa 10 milioni di abitanti e che comprende più di 1.500 enti locali, può contare soltanto su nove consiglieri più il presidente. La Calabria, dove lo stato delle amministrazioni è spesso disastroso e fioccano i commissariamenti di Comuni sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata, ha una sezione di controllo con appena cinque magistrati. Presidente compreso.

Sergio Rizzo

Fonte > 
Corriere.it


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