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Dalla Càbala al Progressismo (con un pizzico di Dante)
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Il grande sacerdote argentino don Julio Meinvielle († 1973) compose nel 1970 il suo capolavoro, De la Cábala a Progresismo — insuperato (e forse insuperabile) studio riguardante la gnosi come agente di sovversione operante nel mondo antico e moderno.

EFFEDIEFFE ha tradotto quest’opera monumentale affinché il lettore cattolico possa disporre di una panoramica seria dello sviluppo della Càbala, la quale, a partire dalla caduta dell’Eden fino al suo pieno e definitivo compimento nel Progressismo cristiano e nella società globale, ha condotto il mondo al punto in cui oggi si trova.

Che si corrompa il mondo è inevitabile, che si corrompa la religione è opera prima delle tenebre. Lo vedremo nel corso dell’articolo.

La versione scaturita da questa nostra traduzione, fedele in tutto all’originale del 1970 (senza censure o riadattamenti — è di fatto la prima volta per l’Italia), va ad inserirsi nel catalogo editoriale EFFEDIEFFE come libro tra i più fondamentali.

Se è vero che ogni testo da noi pubblicato, preso singolarmente, può essere sostanziale per la formazione intellettuale del cattolico – ne siamo profondamente convinti – è altrettanto vero che alcune opere risultano più di altre imprescindibili per significato e profondità. È il caso de Il Problema dellora presente; è il caso del Dizionario di Teologia Dommatica; è il caso della Bibbia Martini-Sales. È il caso del libro di Meinvielle che oggi vi domandiamo di leggere, studiare, imparare a fondo.

Don Nitoglia, nella sua ormai consueta introduzione ai libri che compongono la nostra collana dei “Classici” (giunta ormai al 16° titolo), definisce l’opera di Meinvielle “un capolavoro in sé stesso, uno dei libri che passeranno alla storia della Chiesa”.

Un testo di questa portata — opera magna sull’argomento magia, occultismo, satanismo — mancava essenzialmente nel mercato editoriale di riferimento cattolico. La sua lettura risulta pertanto obbligatoria.

Al lettore

Egli mi dovrà perdonare. L’articolo è lungo. Il libro di Meinvielle (unitamente alla sua augusta persona) è così zampillante di contenuti che, probabilmente, la mano mi è un poco sfuggita sulla tastiera. Per il sottoscritto, in fondo, è un modo per trascorrere un po’ di tempo con voi, dopo mesi e mesi di navigazione in “mare aperto” (tra traduzione dell’opera e composizione del testo — unitamente ad altre edizioni che usciranno nel corso del 2019). Tempo sottratto a questo stesso sito, cosa di cui mi rammarico molto.

Anche per questo motivo, ringrazio Roberto Dal Bosco. Per la sua amicizia, per avermi aiutato a dare vitalità alle pagine del nostro e vostro sito mentre i lavori editoriali mi occupavano altrove. Questa nostra collaborazione è preziosa. È un lavoro condotto con abnegazione vera.

Oggi domando una parte anche del vostro tempo, che essendo il tempo di lettori attenti, seri, cattolici quali voi siete, è tempo prezioso e che non va sprecato. Di questo son conscio.

Piuttosto non leggete l’articolo, ma non privatevi dell’opera di Meinvielle. Io devo nondimeno approfittare di questa occasione per parlarvi di contenuti atti a far sì che il mio ruolo di editore venga svolto secondo coscienza. Ed il bene che ne verrà non sarà mio: ma della cultura vera (S. Tommaso, l’Alighieri, Meinvielle anche), la quale salva l’uomo, e fa sì che il Sommo Duce, dai crocicchi, possa servirsi di coloro che a Lui mendicano un po’ di luce.

Sintesi del libro di Meinvielle


La sua importanza è racchiusa fin dal titolo: Dalla Càbala al Progressismo, titolo geniale, che in due parole riassume benissimo l’intento dell’autore:

“Studieremo la gnosi cabalistica — dice Meinvielle — per giungere alla conclusione che nel mondo e soprattutto nella Chiesa Cattolica romana è in movimento e gestazione un Uomo Nuovo e una Nuova Religione sostanzialmente diversa da quella che ci ha trasmesso Cristo, e che acquisisce i caratteri di una gnosi pagana e cabalistica perfettamente configurata”.

Meinvielle dimostrerà come l’origine di tutti gli errori (antichi e moderni) sia la falsa càbala esoterica giudaica, la quale, in quattro millenni, ha influenzato prima il fariseismo, quindi tutte le eresie cristiane, poi l’intera filosofia moderna — coagulo di eresie dei primi secoli misto a magismo e cabalismo — fino a raggiungere, seppur indirettamente, i maggiori “periti” conciliari (Teilhard de Chardin, Rahner, Küng, Schillebeeckx, Congar, Chenu, Daniélou).

Dando conto anzitutto della Càbala buona (lett. «ricezione, tradizione») e pre-cristiana (di altissimo e commovente contenuto mistico) e analizzando successivamente la càbala mala – quella malvagia (sia d’interpretazione naturalista, che occultista, che diabolica) –, Meinvielle passa dipoi a segugiare le tracce di questa càbala perversa nel mondo: nei popoli pagani, nelle maggiori correnti di pensiero dei primi secoli di cristianesimo, nel Medioevo e nel Rinascimento, nella filosofia ottocentesca, nella gnosi marxista e freudiana; infine il teologo argentino termina con una profonda analisi della società contemporanea e della contaminazione gnostica nella corrente del cattolicesimo modernista e progressista.

Questa è, per sommi capi, la struttura portante del libro.

Una linearità esemplare impartita dal Meinvielle accompagnerà il lettore, capitolo dopo capitolo, nella cavità infernale del pensiero umano — dall’alta condizione edenica sino alla matta bestialitade dei nostri giorni.

Battaglia per luomo

Meinvielle è stato un integralista nel vero senso di questo termine, uno dei massimi integralisti cattolici del ’900. È stato un uomo “trascendente e verticale”, cioè un uomo di Dio e orientato a Dio, ma profondamente immerso nella realtà del mondo attuale pur non essendo del mondo.

Egli ha sempre difeso e cercato la Verità senza sottometterla a nessuna prudenza umana, compromesso o annacquamento, ben conscio che le “mezze verità” son più pericolose dell’errore palese. Nel dare alle stampe quest’ultimo suo libro, summa di tutto il suo pensiero, nella quale riversò ogni sua conoscenza, perse anche la vita. Puntato ed investito da una pirata della strada a Buenos Aires nell’estate del’73 all’età di sessantotto anni.

Un’“intellettuale” combattente la cui fiamma – della sua battaglia contro l’errore – meritava di continuare a sopravvivere nella testimonianza delle sua opera più bella, nonostante le conseguenze che da un tale contenuto possono pur sempre scaturire.

Perché Meinvielle è perfetto per noi. In lui abbiamo un esempio. Per rianimare il nostro cattolicesimo in stato catatonico.

Come lui, Mons. Benigni sosteneva che “intransigente, integrale e sociale sono i termini correlativi che rinviano ad una esigenza essenziale del Cristianesimo”. E Meinvielle è stato l’essenza stessa dell’intransigenza: verità ed errore, male e bene sono per l’argentino due realtà vere e tangibili impegnate in una battaglia senza partito e senza frontiere. Senza prigionieri.

La storia umana è per Meinvielle “lo sviluppo nel tempo e nello spazio di tutte le manifestazioni buone e cattive in cui si svolge la vita dell’uomo (…) [la storia] dovrà adattarsi alla tradizione cabalistica o alla tradizione cattolica — ci spiega il sacerdote argentino. E non è necessaria molta sagacia per osservare che da cinque secoli il mondo si sta conformando alla tradizione cabalistica” (pag. 474 secondo la nostra traduzione italiana).

I protagonisti di questa storia sono l’uomo, il diavolo e Dio.

L’uomo come protagonista visibile, nel quale incidono tutti gli influssi della bontà divina, che soavemente ma fortemente lo conducono al suo destino temporale ed eterno. Il diavolo come il grande insidioso, che cerca di perdere l’uomo e deviarlo dalla sua vera felicità. Dio nella sua giustizia, ma soprattutto nella sua misericordia, che ripara i mali del diavolo e dei suoi seguaci e desidera di condurre l’uomo alla meta superiore alla quale lo ha destinato.

La Càbala buona conteneva di fatto l’interpretazione dei più alti misteri affidati da Dio all’umanità affinché non si smarrisse nell’attesa del suo Redentore. Anche dopo il peccato di Adamo, questa buona tradizione rappresentava una via maestra, di preparazione alla lotta contro la concupiscenza. Ma la Càbala divina e cattolica (trinitaria) andò via via carnalizzandosi nella misura in cui il popolo israelita, prescelto da Dio, cadde in una degradazione sempre più abietta.

“È a partire da qui — dice Meinvielle — che i più crassi errori, come quello del panteismo e dell’adorazione dell’Uomo, si sono introdotti nella Càbala originale, fino a convertirla nelle sinistre forze dello stesso demonio” (pag. 127 secondo la nostra traduzione italiana).

Il nemico esiste, ripete e dimostra incessantemente Meinvielle nel suo libro; ha un volto e un obbiettivo non indifferente; il male, secondo una malizia illuminata e perfettamente deliberata, occupa il suo posto nella storia.

E senza questa dinamica di lotta (contro le tenebre) non esiste nemmen vero cattolicesimo.

Dalla Càbala al Progressismo, allora, si vota totalmente a tale missione: riattualizzare questa battaglia plurisecolare, questa brama divoratrice di anime, che oggi agisce allo scoperto; aggiornarla per dare la possibilità al cattolico di non ignorare nulla di questo gigantesco scontro. Ed essere così in grado di guardare in faccia il nemico, per non cadere nei suoi molti (e molto allettanti) intrighi.

Due sole realtà

È pertanto perentorio, Meinvielle, nell’articolarne la dorsale di scorrimento del suo libro:

Attraverso tutta la storia umana non vi sono che due forme fondamentali di pensiero e di vita: la cattolica e la gnostica”.

La prima, quella cattolica, è la tradizione ricevuta da Dio tramite Adamo, Mosè e Gesù Cristo, il cui insuperato espositore è San Tommaso d’Aquino; l’altra, quella gnostica e cabalistica, è la contro-tradizione che alimenta gli errori di tutti i popoli: quelli pagani, quelli che apostatarono dal primo ebraismo e soprattutto quelli che abiurarono il cristianesimo (mondo moderno).

Queste due concezioni determinano con tutta evidenza due culture opposte: una, la cattolica, essenzialmente contemplativa e nella quale l’uomo, col perfezionamento delle sue facoltà, tende a contemplare (non completare!) Dio e le sue opere; l’altra, la cultura moderna cabalizzata, essenzialmente magica, operativa e produttiva, nella quale l’uomo esercita un’azione prevalentemente transitiva e trasformatrice alla ricerca dell’utilità pratica delle cose, snaturandole rispetto al fine per le quali esistono (lo vedremo bene successivamente).

La seconda concezione, quella cabalistica, racchiude come carattere distintivo l’idea che Dio, il mondo, l’uomo si muovano sopra un solo ed unico piano. Parliamo di un monismo, o immanentismo, o intrinsecismo nel quale il Creatore e la creatura, la verità e l’errore, la natura e la grazia, il bene e il male si dispiegano in un mondo unitario di un’unica dimensione.

Questo punto è fondamentale per avere una buona comprensione del problema che affrontiamo. Difatti è da qui, come da sua origine, che scaturiscono il relativismo morale, l’ecumenismo, il mondialismo. Religioni e razze, popoli e culture non servono più all’uomo gnostico realizzato, poiché quest’uomo è dio nel suo pieno compimento.

La Càbala è sostanzialmente emanatismo totale, che tende a confondere ed a unificare ogni cosa, nella quale scompaiono le opposizioni della materia e dello spirito, del sì e del no. Dio, il mondo e l’uomo sono una singola sostanza ontologica. E, guarda caso, nel progressismo cristiano c’è tipicamente la tendenza ad omogeneizzare le azioni degli uomini, come se il mondo del male non avesse consistenza propria. “L’errore più sinistro del Progressismo”, contesta Meinvielle.

È sopra questo punto che gnosi e cattolicesimo (modernista) si tangono rispettivamente (il primo contamina il secondo).

La Càbala perversa, difatti, insegna che non è stata l’azione di Adamo la prima causa del male, ma l’esistenza del male sarebbe indipendente dall’uomo e la sua causa sarebbe da ricercarsi nella “struttura del mondo”, o, meglio, nel processo stesso della vita di Dio (che fluisce attraverso il mondo, come per emanazione). Lo Zōhar (libro principale della càbala elaborato dal rabbino Moisés de Léon nel XIII sec.) tende a quest’ultima concezione considerando il male come un residuo o un detrito del processo organico della vita nascosta di Dio. Di conseguenza, anche l’elemento demoniaco germoglierebbe dalla divinità.

Il cattolico, invece, conosce per rivelazione (San Paolo) che il male è entrato nel mondo propriamente a causa dell’uomo, e con S. Tommaso possiamo dire che il male è privazione di bene, e conosciuto il bene è conosciuto anche il male. Senza il bene, di fatto, non esisterebbe il male. Pertanto è secondo il piano di Dio che ci siano l’uno e l’altro, separatamente, — anzi è necessario che avvengano gli scandali, che la storia sia intrisa di uno e dell’altro aspetto.

Questo è uno dei massimi insegnamenti riattualizzati dal Meinvielle.

Epperció, la prima corrente (cattolica, Càbala buona) non nega mai il male, vede l’uomo decaduto dall’originale stato di giustizia in cui Dio lo aveva posto creandolo, quindi redento da Dio, che per mezzo della sua Passione ha donato all’uomo la via della salvezza; l’altra invece, quella che oggi fa capo agli insegnamenti rahneriani (dove confluisce tutto il marcio della filosofia moderna, soprattutto Hegel), nega sostanzialmente il male e dice che l’uomo ha dignità divina, che la redenzione è il risultato di una potenzialità dell’umanità all’auto-comunicazione di Dio — pertanto, più che liberazione dal peccato, la Redenzione (di Cristo) sarebbe un dono che Dio fa di sé, una volontà salvifica manifestata per mezzo dell’Uomo (e qui siamo ben oltre l’eresia; cadiamo nell’assurdo, che poi è la stessa cosa in fondo).

Questa immanenza di Dio nell’uomo si muta nell’immanenza dell’uomo in Dio. Il vero pensiero dell’uomo si identifica con quello di Dio e il pensiero di Dio agisce unicamente in quello dell’uomo (così diceva l’idealismo tedesco). In questo modo l’uomo diventa qualcosa di divino, anzi, l’unico divino. Il Dio di Baruj Spinoza († 1677).

Riassumendo: nella prima concezione è Dio che salva l’uomo attraverso l’unione senza confusione di Dio fattosi uomo; nella seconda la creatura umana si innalza sino a Dio e ottiene la divinizzazione con le sue proprie forze. Non è  Dio che salva l’uomo in Gesù Cristo, ma è l’uomo che completa e perfeziona Dio in sé.

In altre parole l’uomo darebbe il tocco finale al sembiante divino, migliorandolo, perfezionandolo, perché il male, scaturente in origine dalla divinità, nell’uomo finale verrebbe definitivamente debellato ed estromesso dall’universo.

Il lettore è bene che capisca a fondo questo concetto. È fondamentale. E fondamentalmente riconoscibile soltanto attraverso lo studio della càbala condotto dal Meinvielle. Perché la risultante è necessaria per comprendere questo mondo e i princìpi base di questa religione falsificata, che vanno ben oltre l’abolizione della Messa Tridentina.

Difatti, proclamando l’immanenza assoluta di Dio nel mondo, l’Umanità – l’oggettivo vertice del mondo minerale e biologico – rappresenta un valore immensamente superiore rispetto al Dio preso isolatamente. Facendo del mondo e dell’uomo una realtà emanata dalla sostanza divina, Uomo e Mondo completano e perfezionano Dio per impulso interno e virtù intrinseca, secondo un procedere spontaneo e sempre più perfezionato.

Non parliamo, qui, di panteismo, attenzione, ma di un teismo in cui Dio ha bisogno dell’universo per completarsi (De Chardin, con la sua nozione del Cristo cosmico, fu il gran maestro di questo teogonismo).

È l’uomo, in ultima analisi, che dà l’ultima forma al suo stesso emanatore.

Inutile dire che dietro questo sviluppo (cabalista, gnostico, occultista, teosofico, induista… — chiamatelo come volete) vi è Satana, e Satana personalmente. Pertanto il culto dell’impostore. Pertanto il culto della Bestia, che nella creatura umana ha l’insolenza di voler tentare una nuova elevazione, ottenere la divinizzazione tramite le nostre forze, i nostri errori, le nostre debolezze.

Chi agisce sull’uomo per indurlo in queste cadute (chi, di fatto, rende questo culto), è il giudeo. Perché l’Adam Kadmon – l’uomo primordiale che si tenta di ricostituire – è l’archetipo del giudeo. E il giudeo è (secondo la càbala malvagia) l’uomo per eccellenza. Uomo + Satana.

E perciò rimane costantemente vera – anzi più attuale ogni giorno che passa – la frase di S. Pio X, che il modernismo è l’amalgama di ogni eresia. Perché l’identificazione tra Dio e l’uomo è la finale di una congiura che prepara la venuta dell’Anticristo, il quale sarà la perfetta manifestazione di quest’uomo nuovo: un uomo che si farà Dio da sé stesso, uomo ideale, uomo forte, uomo archetipo — quell’Adamo Kadmon in cui le masse, cieche alla vera chiamata, concentreranno disperatamente la loro attenzione. In lui difatti, edonisticamente parlando, vedranno realizzate le più meschine aspirazioni (la qual cosa, forse, non avviene già, in proporzioni minori ma pur sempre preparatorie, con il culto dei divi dello sport e dello spettacolo? Sì che saùsi prima un poco il senso al tristo fiato; e poi non fia riguardo dice Virgilio a Dante sul burrato del VII cerchio).

Meinvielle non ha dubbi: oggi anche la Chiesa, l’odierna teologia, è impregnata di questa putrescente concezione intorno alle cose di Dio e dell’Uomo.

E chi non se ne avvede?

La tradizione mala è riuscita ad inquinare quella sana; o meglio: si è sostituita ad essa (la quale resta immutabile), confondendosi sotto il suo sembiante per agire dall’interno del suo flusso caldo e vitale (non scordiamoci difatti che il nucleo dell’inferno, ove non c’è amore, è ghiacciato).

Il Progressismo – credenza malevola, divorziata dalla tradizione esegetica, storica e dommatica, noncurante del Magistero infallibile – raggiunge la totale e definitiva identificazione tra Dio e l’uomo poc’anzi descritta.

E nell’impasto di teilhardismo (esperienza gnostica delle più totali) e rahnerismo (teologia demoniaca, come la chiamava Virion) nasce il Nuovo Credo, il quale conosce l’applicazione definitiva con il papa ambiguo di cui ci parla il Meinvielle, papa che, per tramite della Cattedra petrina, arricchisce questo Nuovo Credo della sua massima amplificazione.

Chiesa gnostica

È dunque chiaro: Meinvielle ripercorre le fasi principali della Càbala allo scopo di giungere alla chiesa dell’Anticristo, che il presule argentino intende come lo stadio finale in cui la gnosi – dopo secoli di preparazione – può finalmente sprigionare tutte le sue potenzialità.

Gli aspetti liturgici, societari, di vita spirituale e pastorale, di governo della Cristianità vengono assaltati separatamente da questa gnosi pratica per agire massimamente assumendo un ritmo globale travolgente — un carattere universale, che modifica sostanzialmente tutta la vita della Chiesa Cattolica e di conseguenza del mondo intero, di cui la Chiesa rimane pur sempre l’unico faro.

Il fine della gnosi, dopotutto, lo capirà l’attento lettore leggendo l’opera, è un fine universale, non iniziatico, né affatto elitario. Perdere tutto l’uomo – specialmente la porzione che Dio si era riservata per Sé – è il massimo obbiettivo delle tenebre; perché la gnosi, nel progressismo cristiano, agisce al suo meglio: camuffata sotto le sembianze di bene, ostacola l’uomo nel suo cammino verso la verità. Letteralmente lo danna.

Ma allora è assolutamente obbligatorio domandarsi:

La vera Chiesa, a tal punto gnosticizzata come oggi di fatto è, non sarebbe più il luminare della verità e della santità nel mondo ma sarebbe stata trasformata in uno dei peggiori fattori di “sovversione e di agitazione sociale” (dice il Meinvielle a pag. 420 ) — e, se così fosse, il peggiore tra tutti?

Come conciliare l’apparente contraddizione di un progressismo cabalistico che oggi domina dappertutto e le promesse di trionfo finale che noi custodiamo? La vera Chiesa può essere vinta dall’avanguardia della rivoluzione?

Oggi così sembrerebbe.

Senonché, un altro grande teologo — di cui recentemente abbiamo ristampato l’opera (Albert Lang) — conferma che “la Chiesa che porta la verità, non può e non deve riconoscere lerrore; colui, al quale sono affidate le fonti di acqua viva, non può indicare cisterne. Qui tolleranza non sarebbe tolleranza, ma peccato crudele contro la verità e l’umanità”.

Sembra una contraddizione, e delle peggiormente risolvibili.

Non è così. Dio aveva già promesso che fra i due regni (Chiesa/Sinagoga, Càbala vera/Càbala perversa, Città di Dio e Città di Satana) sarebbe stata guerra implacabile sia nel presente sia nel futuro: nessuno dei due universi avrebbe cessato di guerreggiare l’altro se non quando uno avrà debellato l’altro. E le promesse di Cristo non passano.

Perciò, la soluzione dev’essere da un’altra parte.

Come esistono due realtà, due forme fondamentali di pensiero e di vita suindicate, così – alla fine dei tempi – esisteranno pure due Chiese:

Una chiesa progressista– che Meinvielle chiama della pubblicità –, la quale si opporrà alla Chiesa delle Promesse, la Chiesa vera, quella del Silenzio.

Attenzione: tale dinamica manifestazione/nascondimento è assolutamente evangelica, per nulla contraria alla tradizione: difatti, il Vangelo-Chiesa ha sempre avuto un aspetto tangibile e uno nascosto. Visibilmente la Chiesa dice il Cristo nella predicazione, nella liturgia, nella gerarchia, nel Popolo di Dio — strumenti ed aspetti i quali, come vediamo, possono subire deficienze, mancamenti, addirittura sconvolgimenti, perché servono all’uomo, che ne può fare cattivo impiego. Ma nel seno di questa Chiesa c’è anche “un Vangelo invisibile, opera di Dio non manufatta, che si scrive con la pietà dei Santi, con i fremiti delle anime mistiche, a cui Cristo si rivela e si comunica in modo particolare” (lo scrisse il card. Pietro Parente, in un’opera che pubblicheremo nel corso del 2019).

Pertanto possono esserci due Chiese, spiega Meinvielle: l’una del tradimento, l’altra della fedeltà alle promesse. Il presule argentino fu il primo teologo a teorizzare questa possibilità ecclesiologica.

D’altronde la via della Chiesa è una via piena di pericoli esterni e di crisi interne; fu sempre minacciata soprattutto dalla meschinità e deficienza degli uomini ai quali era affidata. Ciò non si può negare; al contrario la forza di Dio si rivela proprio in questo, che si è servito per i suoi fini di ciò che è debole ed in sé insufficiente.

Tesi siffatte, forse, non vi saranno nuove.. Però, temo, vi saranno familiari in maniera un poco sbocconcellata. Senza aver prima studiato l’intera opera del Meinvielle non capirete mai a fondo la possibilità e la dinamica di questa realtà.

Per evitare gravi errori, difatti, Meinvielle ipotizza nondimeno che queste due Chiese convivranno una nell’altra come in simbiosi. Condivideranno una medesima gerarchia. L’ambiguità sarà la caratteristica principale di questa Chiesa degli ultimi tempi.

Regnerà dunque un papa che, attraverso i suoi atteggiamenti ambivalenti, favorirà il mantenimento dell’equivoco delle due Chiese. Perché da un lato questo papa, professando una dottrina apparentemente tradizionale (perlomeno in alcuni aspetti) sarebbe a capo della Chiesa delle promesse; dall’altro, producendo fatti equivoci e perfino riprovevoli, sembrerà incoraggiare la sovversione e il mantenimento della Chiesa gnostica.

E nessun pontefice più dell’attuale apparirebbe combaciante con questa angustiosa previsione.

Brevi accenni papali

La pubblicazione dell’opera di Meinvielle può dare occasione per parlare dell’attuale pontificato. Perché se è vero che il grande teologo argentino scrisse nel 1970, al capitolo XII° tratta l’argomento specifico della Càbala dentro la Chiesa, anticipando con profonda genialità l’attuale situazione ecclesiale.

Durante i lavori di traduzione e composizione del testo di Meinvielle avevo redatto un articolo piuttosto lunghetto sull’argomento. Oggi, però, ritengo più utile anticipare la porzione del libro riguardante questo aspetto solo con brevi accenni (seppur non tanto brevi…), lasciando al lettore di capire in maniera perfettamente consequenziale la gravità dell’attuale situazione facendosi guidare dalle parole del Meinvielle.

Su questo sito, oltretutto, parliamo raramente e malvolentieri del papa. Perché trattare l’argomento è pericoloso. Non fa del bene, ma ha la tendenza tutt’al più a raffreddare l’animo della gente, l’attaccamento alla Chiesa ed alle sue istituzioni. Son cose di Dio, volute e permesse da Lui.

Quello che non va nella Chiesa, noi, sue membra, dobbiamo denunciarlo, non c’è alcun dubbio a riguardo. Un cancro va sempre individuato e debellato. È un compito anzitutto naturale (la preservazione della vita). Se il cancro è spirituale questo dovere è doppiamente vincolante.

Ma dopo il biennio 2013-2015 (e precisamente a partire dal libro Mistero d’iniquità del Virion), ci siamo resi conto che era meglio attendere, e nel tempo maturare idee e contenuti di maggior sodezza.

Ecco l’opera del Meinvielle, la quale, in certo modo, chiude e sigilla un cerchietto nella vita di questa casa editrice.

Se per l’appunto Meinvielle dimostra come l’origine di tutti gli errori antichi e moderni sia la falsa càbala esoterica, la quale ha influenzato i maggiori periti conciliari, è dunque su tale base che l’argomento Bergoglio andrebbe trattato. I capitoli finali dell’opera daranno al lettore la base certa ed autorevole per poter decifrare la dolorosa realtà che stiamo vivendo.

Per completezza di discorso procedo ad una breve analisi affidandomi ad alcune porzioni di libro, cercando di applicarle all’attuale situazione.

L’approccio di Bergoglio non sempre è di facile lettura. Vanta in apparenza molti connotati di contro-secolarizzazione, ovvero un tentativo di opposizione all’erosione causata dalla modernità laica e secolare contro lo “spazio della fede” (dove cresce la modernità, indietreggia la religione diceva Comte), di un mondo che ha scacciato Dio lontano da sé.

Nella città globale (che sia la favelas sudamericana o Roma con la sua storia bimillenaria, per Bergoglio, non vi è alcuna differenza) si deve riscoprire una umanità che dentro di sé è “satura di religiosità”. Son parole sue.

Questa lotta contro la secolarizzazione (lo precisa Avvenire in un articolo del 2014) non deve mai essere una «battaglia» – tabù dopotutto irrefragabile – ma “una conversione pastorale nella nuova situazione delluomo e della donna contemporanei”.

La Chiesa, dunque, avrebbe la funzione di “trar fuori” questa religiosità già presente e interna all’uomo.

È l’applicazione finale, migliore e meglio spesa delle teorie di K. Ranher († 1984), di E. Schillebeeckx, O. P. († 2009), di Johannes B. Metz (n. 1929), che troverete ben descritte nella parte finale del libro di Meinvielle.

E fin qui nulla di particolarmente strano. Dopotutto son teologici ancora “cattolici”… diciamo così.

In senso stretto, però, quelle di Schillebeeckx, di Metz, di Chenu, Congar, ecc., son tutte varianti teologiche che esprimono, e all’unisono, un tema fondamentale: la “comprensione cristiana del mondo d’oggi”; l’anti-secolarità combattuta per mezzo della secolarizzazione, ovvero un tentativo di fare della teologia un’antropologia e della trascendenza un’immanenza.

Di fatto, sulla stessa scia, anche l’approccio di Francesco, lungi dall’incarnare un nuova ondata della fede, sembra rappresentare piuttosto il suo contrario. Sembra un’accelerazione al concetto di secolarità attraverso la “fusione” tra mondo e Chiesa — con la scomparsa di quest’ultima, già pretesa e preconizzata dall’eretico H. Küng nel 1963 nella sua opera Structures de l’Eglise.

Oltre a Küng e a Schillebeeckx, è al teologo protestante statunitense Harvey Cox (n. 1929) che si deve guardare per decifrare il papa argentino. Cox a metà degli anni ’60 scrisse un libro interessante dal titolo La città secolare. Vi tratteggiò un programma in cui (stranamente) si parla di una “missione sociale rivoluzionaria della Chiesa”:

In questa Città secolare, la Chiesa – che per Cox non è istituzione bensì è popolo di Dio – deve essere l’avanguardia di Dio, secondo: a) una funzione “kerygmatica” che annuncia la rivoluzione in cammino (funzione diaconale che secondo il protestante Cox ha il compito di curare le ferite della città, combattendo la tensione – prestiamo attenzione – tra il centro della città e la periferia, tra i potenti e gli economicamente deboli, tra bianchi e negri), e b) secondo una funzione di “koinonia”, ovvero rendendo visibile una sorta di immagine vivente del carattere e della composizione della vera città dell’uomo, che essendo il Regno di Dio in cammino avrebbe abbracciato il cambiamento sociale rivoluzionario.

Epperció: Popolo (inteso marxianamente), il centro e la periferia, i ricchi e i poveri, i bianchi e i negri… Teoricamente quello del protestante Cox è il modello utopico secondo il principio hegeliano-marxista del dualismo “padrone-schiavo / sfruttato-sfruttatore”. Praticamente è la pastorale sputata di (o da) Bergoglio, messa nero su bianco sessant’anni prima.

Il superamento di questa condizione (vi è sempre un’evoluzione, una sintesi, non scordiamocelo) è la “Città-mondo ideale”, in cui la vecchia Chiesa scompare per far posto ad una nuova versione del Regno di Dio in terra, il cui disegno non è più la salvezza delle anime, ma un vero compromesso con il mondo per la costruzione della società dalla quale dovranno essere bandite fame, miseria, guerra.

Lo vediamo: con Bergoglio – e prima di lui nessuno mai tanto intensamente – la contro-secolarizzazione diviene secolarizzazione, la pastorale si fa antropologizzazione nel senso più duro del termine, la trascendenza (Dio al di sopra del mondo) si trasforma in immanentizzazione assoluta del concetto cristiano. In definitiva la religiosità non viene affatto estrapolata e messa in risalto, bensì, all’opposto, viene soffocata, perché quando si tenta di sostenere che tutto è sacro, come Bergoglio pensa e dice; quando si vuole mondanizzare, secolarizzare o immanentizzare nell’uomo — individuale o comunitario che sia — l’intero mistero della fede, fanno inevitabilmente la loro comparsa i sistemi gnostici. È consequenziale. Perché nell’applicare alla rivelazione un trattamento filosofico idealistico ed esistenzialistico si cade nell’errore tipico dello gnosticismo, che consiste nell’attribuire un’unica dimensione a Dio e alla creatura, alla natura e alla grazia, alla Chiesa e al mondo. Lo abbiamo visto sopra.

E questa è l’essenza dell’apostolato di Bergoglio. Non c’è bisogno di un intelletto particolarmente acuto per arrivare a capirlo.

La Chiesa, secondo il credo del papa argentino, avrebbe pertanto la precipua missione di evangelizzare gli uomini e le donne di questa novella “Città-Mondo”, ma non solamente: la Chiesa deve anche capire questa città e porsi in atteggiamento di ascolto verso le sue tante voci (è la tesi fondamentale del teologo olandese A. J. Van Ouwerker). Perché Dio vive nella città e la Chiesa vive nella città. E questa non è il luogo della morte di Dio, bensì il suo contrario.

“Così — diceva Bergoglio ancora cardinale (siamo nel 2011) — si può vivere il Dio nei cristiani nella città plurale e questo diventa un fatto di popolo, pur convivendo con altri percorsi religiosi e umani”.

E un fine osservatore come Pierre Virion, ancora nel 1967, scriveva che “il papa dei tempi futuri consacrerà la civiltà moderna; la proclamerà figlia del Vangelo, erede delle promesse domenicali e del vero spirito delle parabole” (Mistero d’iniquità, EFFEDIEFFE 2014, pag. 182).

Di fatto però, non essendo bastante che la rivoluzione avvenga nell’uomo-mondo (già liquefatto all’interno della società globalizzata), tale liquefazione deve avvenire soprattutto nella Chiesa, la cui struttura tradizionale deve sparire, altrimenti l’Uomo Nuovo – il dio gnostico – non potrà cabalisticamente completarsi.

Ecco il fine della contro-secolarizzazione di Bergoglio: fondere Chiesa e Mondo insieme, per forgiare la (loro) nuova realtà.

In quest’ottica sono altresì parecchio significative le tesi di Jean Cardonnel († 2009), domenicano francese dell’entourage di Marie-Dominique Chenu e di Yves Congar (celeberrimi del Vaticano II).

Le riassumo velocemente (le ritroverete ben inserite nel libro di Meinvielle, cap. 12°).

Cardonnel sosteneva nel 1967 che la Chiesa è una “sovrastruttura capitalista che ha paura delle masse”. Andare alle masse, secondo Cardonnel, non significa veramente stare con loro; per farlo è necessario che la Chiesa si fonda con esse, altrimenti [la Chiesa] avrà tradito il Verbo e parteciperà alla schiavizzazione dei popoli. Ne consegue che l’Incarnazione altro non sarebbe che l’apparizione di Cristo nel seno della Massa, come nascita dell’umanità totale e completa.

Nel domenicano Cardonnel abbiamo pertanto una Chiesa orizzontale, rivoluzionaria, indistinguibile dal mondo.

Ma questa concezione supera di molto il marxismo rivoluzionario prestato alla teologia (una società bolscevica senza classi avente un sentimento comune, concetti comuni e volontà comune) perché attuffa le sue radici direttamente in una gnosi: il “Dio” di Cardonnel, perfettamente completo e realizzato, culmina nell’uomo, nell’umanità — perché Dio non ha trascendenza propria, distinta e libera, separata dal mondo.

Dio, nella liberazione delle masse, non è altra cosa che la “divinizzazione delle forze che agiscono nellumanità”. E abbiamo visto poco sopra cosa ciò significhi. Càbala. Zōhar.

Se Bergoglio non si è mai spinto a pronunciare aberrazioni siffatte, nondimeno è questo il pozzo a cui abbevera la sua ecclesiologia — in Ouwerkerk, in Cox, in Cardonnel.

Lo ha sostanzialmente rivendicato il 28 giugno 2018 (SS. Pietro e Paolo):

«Il rischio di una Chiesa distaccata dal popolo — “Non di rado – ha spiegato il Papa – sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri. Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede, come lo ha richiesto a Pietro, di identificare i sussurri del Maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle coperture personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio. Non separando la gloria dalla croce, Gesù – ha continuato Francesco – vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da trionfalismi vuoti: vuoti di amore, vuoti di servizio, vuoti di compassione, vuoti di popolo”».

Bergoglio (papa, di fatto, ambiguissimo) parla di croce, di amore e di tentazione (tira in ballo pure S. Pietro); ma questi termini, a conti fatti, non servirebbero che a contrassegnare l’ostacolo da rimuovere, da liquidare: la Chiesa.

La Chiesa come istituzione. La Chiesa “dei vuoti trionfalismi”, distaccata dalle piaghe dell’uomo, che in quanto uomo-cristificato (Ranher), per di più piagato e sofferente (novello Cristo, gnostico Adam Kadmon) porta già in sé la redenzione (Henri de Lubac – con l’opera Surnaturel, 1946 – fu l’autore primo e più rappresentativo di questa corrente, che è evidentemente gnostica o cabalistica).

Di una Chiesa che dispensi grazie, quest’Uomo Nuovo, che se ne fa?

Bergoglio lo conferma ulteriormente sostenendo che nessun uomo nasce cattivo (frase da me udita in un’intervista recente sull’emittente TV2000). Frase bastante a spazzar via due millenni di Cristianesimo — il quale ci insegna che l’uomo con le sue sole forze naturali va al peccato ed alla rovina e da sé stesso nasce in uno stato naturale di decadenza e di peccato.

La nuova missione di un papa tanto ambiguo sarebbe quella di riforgiare un mondo “saturo di religiosità” — religiosità evidentemente nascosta, timida, non appariscente (anti-evangelica in sostanza) — interna all’uomo (non alla Chiesa) e nel cui seno scorrerebbe una linfa mistica occulta.

C’è tanto Hegel in questo papa da restarne stomacati (valle che fin lassù facea spiacer suo lezzo scriveva Dante, Inf. canto X). Secondo Hegel, difatti, “Dio si identifica, si confonde con la storia, che è un continuo processo di rivelazioni, manifestazioni, incarnazioni”. E come la storia è l’umanità in cammino, così Dio, in questo contro-cammino gnostico, va a confondersi con la vita dell’umanità, con il divenire umano. Dio si compie per processo teogonico di manifestazione ed evoluzione. Uomo e Dio sono un’unica cosa.

Attraverso questo processo ermeneutico l’uomo mette a nudo la sua mondanità e ritrova sé stesso nella sua autenticità. Bergoglio direbbe: sorprendendosi e meravigliandosi.

L’uomo si salva da sé. Cristo non è che un paradigma di questo processo di salvazione.

Inutile ribadire che il Cristianesimo, quello vero, dice l’esatto contrario: che Dio si è incarnato per redimere l’uomo, non per deificare la natura umana. Che tutto dell’uomo proviene da Dio per partecipazione, nulla per emanazione. Che l’uomo, confidando in Dio, attraverso la grazia, se avrà fatto il bene e rifuggito il male (declina a malo, et fac bonum) verrà elevato da Dio alla visione beatifica e per tutta l’eternità parteciperà di Lui, che è la stessa eternità (S. Theol. I, 10, 3).

E il Cristianesimo dei Padri, oltretutto, ha sempre insegnato che il divino messaggio è – e sempre sarà – in contrasto con la sapienza del mondo (S. Paolo) e proprio per questo si sono accese le persecuzioni che hanno fatto i martiri.

Pensare e tentare di adattare quel messaggio divino a questi tempi, unificandolo a questi tempi, ciò apre la via alla deformazione e nullificazione della missione della Chiesa, custode e araldo della Parola di Dio (e il tutto, inevitabilmente, come potrebbe non scaturire in quel sincretismo religioso che termina in una unificazione totale di tutte le religioni, razze, popoli e culture? È evidente).

Riannodiamo i fili del discreto smatassamento e diciamo, pertanto, che la teoria di Due Chiese proposta da Mienvielle nel suo libro, le quali convivranno all’interno dell’unica Chiesa, non ha solamente un rilievo escatologico, ma appartiene al mistero stesso di Cristo. Alla sua missione, alla sua Passione.

Due Chiese, come Due sono gli uomini che vi prenderanno parte.

Dinamizzati da Dio e da Satana, da Cristo e dall’Anticristo, dalla Chiesa e dalla Sinagoga, dalla città di Dio e dalla città del diavolo. Ciascuno degli atti liberi di ogni singolo uomo cerca, in definitiva, Cristo o l’Anticristo” (Dalla Càbala al Progressimo, pag. 472 secondo la nostra traduzione).

Meinvielle è perentorio.

Perché così avviene anche nella pratica dell’ascesi cristiana: o si progredisce (nella vita spirituale) o si arretra, insegna il (quasi) beato mons. Landucci (Ascetica cristiana). Se non saliamo significa che stiamo scendendo. È come una scala. Per mezzo di questa Scala (Cristo) gli angeli salgono e scendono. Così dobbiamo far noi.

Da qui si evince che o l’uomo va a Dio o discende nell’abisso. Può unicamente andare in queste due direzioni. Non esiste la quiete (non siamo mica buddisti, o indù!), non esiste la fermata, non esiste la neutralità o l’accontentarsi nelle cose dello Spirito. Gli ignavi, dopotutto, saranno men degni degli stessi diavoli (Inf., canto III).

E qui si concentra la nostra battaglia (spirituale, intellettuale). La grande prova di fedeltà.

Questa vita – che è vita corta – si “riduce” a questo.

Ma qui risiede anche la parte migliore della pugna. Chi si assenta, se la perde.

Si perde i meriti che essa farà conseguire. Perché se qualcosa ancora si sta salvando della fede cattolica, ciò è un miracolo vero, un miracolo degli ultimi tempi —– un miracolo per il quale dovremmo ringraziare la divina Provvidenza al posto che svuotare anche noi (soprattutto noi) le chiese, perché, così diciamo, la Messa è brutta.

Oggi, caro lettore, questa battaglia – punga vera, violenta – infuria spaventosamente, secondo un «termine fisso d’eterno consiglio» (Apoc., cap. XIII).

Stringiamo i ranghi. Serriamo le fila. Uniti e compatti sotto l’artiglieria. Arrivano i colpi pesanti.

Tappa finale. La “società macchina” — giù nell
abisso

La grande promessa che ci è stata fatta sospende per un istante questa battaglia: il salmista insegna che Quei che confidano nel Signore sono come il monte di Sion, che non vacillerà in eterno (Salm., 124). Il monte Sion figura la Chiesa di Dio, che non potrà essere scossa, ma durerà in eterno.

Per mezzo di Cristo, difatti, l’uomo potrebbe ancora risollevarsi. Ma questo itinerario di salvezza, all’uomo cabalizzato, appare totalmente impedito. A causa della caduta gnostica che ha avviluppato il mondo e l’uomo che lo abita, l’uomo è rimasto a tal punto ferito nell’integrità della sua natura e nelle sue facoltà che l’inclinazione naturale al bene e alla virtù (bisogno ontologico connaturato nell’essere, insegna S. Tommaso) risulta significativamente compromessa, incapace di compiere il suo destino finale.

Senza la grazia, la ragione umana – vestigia del Verbo divino – non può evitare la confusione e le tenebre che il mondo le sprigiona costantemente contro. E visto che oggi l’approccio della Chiesa, al posto che soprannaturalizzare, tende perlopiù ad immanentizzare il mondo nell’uomo, la fine appare vicina. Sarà forse per questo che il mondo, di conseguenza, geme con sempre più intensa violenza (terremoti e devastazioni naturali più gravi e frequenti).

Il “sale della terra” (Mt. 5, 13) dovrebbe preservare dalla corruzione la terra, cioè il genere umano. Perché la massa quando non si cristianizza si sta cabalizzando. Anche qui non esistono zone intermedie. La gnosi invade tutto l’uomo. E la Chiesa avrebbe il compito di preservare l’uomo da questa autodistruzione, dalla schiavitù della scimmia, al cui trono si affollano i gaudenti nella farsa meccanica e sempre identica a sé stessa, esigendo di essere alimentati da questa mangiatoia.

Roberto Dal Bosco, prossimamente, vi parlerà dell’attuazione in campo strumentale e tecnologico di questa schiavitù antropologica. Nel concludere questa corposa presentazione, io mi limiterò all’aspetto ontologico e morale della questione.

Il mondo odierno ha reso l’uomo schiavo e “meccanico”, soltanto intento ad agire, a fare, ad affannarsi per produrre, e del tutto incapace di contemplare con amore l’Atto puro (“l’unica cosa necessaria”).

Il venerdì nero da poco passato ci ha dato l’ennesimo assaggio di questa melma. File interminabili per accaparrarsi scadenti tv da 40 pollici al prezzo di 99 dollari.



Il branco di antropidi che appare nel video, nell’azione istintiva ed irrefrenabile, brama il mitico schermo Hisense come fosse la salvezza stessa discesa dal cielo (in realtà parliamo di uno schermaccio da quattro soldi prodotto da una company cinese che sta inondando il mercato con i suoi prodotti a basso costo). Lo abbiamo visto accadere numerose volte. È l’America. Il Paese della grande menzogna. Ma l’uomo oggi è questo. Dappertutto. Non conta la razza, il sesso, l’estrazione sociale. Uomini, donne, bianchi e negri. Gente ben nutrita, anabolizzata. Porci in brago.

A colpire è la grettezza morale di questa massa umana che lotta per accaparrarsi brandelli di plastica di cui non sembra poter fare a meno. Totalmente indifferente all’altro, alla reciproca similitudine; nessuno è specchio dell’altro. Un materialismo esistenziale che, come l’avello dantesco seppur ancora scoperchiato, sembra già anticipare quel luogo dove mancherà una cosa sopra tutto: la solidarietà reciproca (nelle pene).

Siamo agli antipodi del carattere, nella grandezza potenziale delle sue determinazioni, nella libertà dei suoi movimenti — ciò che farebbe uscire l’uomo dall’indeterminata categoria del “consumatore”, che lo costituirebbe individuo, persona libera, consapevole, compassionevole.

Siamo agli antipodi dell’essere uomo. Siamo là dove la natura umana viene contraddetta e asservita alla natura belluina. Perché rifiutando l’unità con Dio, anche l’umano si dissolve.

Siamo al cuore della gnosi (qui il nesso a cui desideravo giungere), la quale – ricorderete – ci dice che una stessa ed unica vita scorre dall’Ein Sof (o Pleroma) fino al mondo demoniaco degli Quelipoth. Unica è la dimensione del reale.

Cosa significa all’atto pratico?

Che tutto è Nulla, che la realtà, partendo dall’indeterminato (o dal Brahman, che Teilhard de Chardin chiamava “nulla positivo”) provenendo dal nulla al nulla vuole ritornare.

“Gli istinti dell’io procedono dalla vivificazione della materia inanimata e vogliono ristabilire nuovamente lo stato inanimato” scriveva il vizioso Freud in Oltre il principio del piacere.

Per Freud la soddisfazione finale tende alla pace secondo il “principio del nirvana” (il nulla). Questo istinto di morte, secondo il giudeo viennese, sarebbe il carattere dominante e fondamentale in tutta la vita psichica dell’uomo.

Chiaro: se provengo dal nulla, per esteriorizzarmi, per completarmi come uomo, dovrò soddisfare le mie necessità con beni materiali. La vita diventa pertanto consumo: per vivere per la morte devo consumare televisori Hisense. Black Friday non mente.

Ecco il compimento del celebre “istinto nirvanico”, oggi perlopiù trasformato in business da carabattole — qualcosa di molto poco affascinante e molto poco orientaleggiante, diciamolo. Se perdo l’uomo e in aggiunta accumulo miliardi tanto meglio. A questo si è ridotta la civiltà occidentale.

A questo si è ridotto l’uomo cabalizzato – la scimmia del Wal-Mart con il tv cinese sotto l’ascella: bestializzato, impedito nell’utilizzo della volontà (che è libertà), in lui si intravede l’animalità connaturata alla natura umana senza più la facoltà superiore che la domini.

Minosse, Pluto, Minotauro, i Centauri – figure mitologiche il cui significato viene riassegnato da Dante in chiave cristiana – descrivono perfettamente la bestialità in cui l’uomo può cadere quando si allontana da Dio. Cerbero, a guardia del terzo cerchio, è la “fiera diversa” che meglio di tutte esprime questa condizione: un mostro senza ragione e senza linguaggio, composto da un’accozzaglia di parti disomogenee. Né bestia né uomo. Un ibrido di parti messe su alla rinfusa, pasticciate.

L’uomo gnosticizzato è così. Uomo diviso, dilaniato, sfasciato in mille pezzi ma tenuto insieme per mezzo di una falsa unificazione — per mezzo delle discipline psico-sociologiche accusa Meinvielle (pag. 401).

Ma è giusto dire che l’uomo-bestia si rende ancor peggio delle bestie, le quali, dopotutto, perseguono il fine a cui Dio le ha ordinate. L’uomo invece diviene bestia nel senso di Cerbero, che non avea membro che tenesse fermo. Automa impazzito, con gesti privi di scopo e ragione.

Il video di questo infante, che rantola quando si vede sottratto lo smartphone dalle mani, ci rilascia un ultimo, spaventoso tratto di questa meccanizzazione dell’animo umano:



Qui sta la Càbala nella sua parte più reale. Dai Misteri dei maghi egizi alla pratica finale. Il tendone è definitivamente ritratto. Smartphone e Tv 4k, nella condizione nichilista dell’uomo d’oggi, hanno davvero rimpiazzato Dio.



«Qui risiede – epiloga Meinvielle – il credo essenziale della contro-Religione. Qui è il fondo comune della Càbala, dell’esoterismo, della “metafisica” di René Guénon, della Gnosi, della massoneria, della teosofia, del panteismo» (pag. 461).

Qui si concentra la lotta che pervade il mondo. Il flusso sotterraneo e magico, dai veri iniziati è passato a determinare le vite degli uomini, i quali, smarrendo il fine ultimo della loro esistenza, da questa gnosi vengono mantenuti in vita come bestie schiavizzate; prima dominati, quindi nutriti attraverso beni passeggeri e superflui. Una Matrix nella quale gli uomini non fungono più da combustibile per alimentare la tirannia delle macchine (che rimangono oggetti transitivi, dunque mezzi per giungere ad uno scopo), bensì per alimentare una male preternaturale e personale, che si nutre di queste anime e ci vive sopra.

Ma anche se schiavizzato è l’uomo stesso che si condanna a questa condizione, acconsentendo alle sollecitazioni secondo i cosiddetti “moti secondi” (come dicevano i moralisti di una volta), ovvero pienamente volontari. La matta bestialitade miete copiosamente le sue vittime. E nessun campo 5G (che l’idiota Icke definisce la frequenza dell’Armageddon) può levarci la responsabilità della nostra colpa. Non facciamoci illusioni.

Se l’uomo finisce per essere maneggiato da poderosi gruppi mondiali “che in ultima analisi aspirano al governo mondiale attraverso il maneggio psico-tecnico della persona” (Meinvielle, pag. 401), è corretto dire che le multinazionali e i mega-brand sono come custodi di questo programma, ma esse svolgono il compito per un fine diverso: il potere, o meglio, l’arraffazzo. Le menti sono “altrove” e abitano un’“altra dimensione”.

Guerre, crisi economiche, sconvolgimenti sociali sono una conseguenza di questo lavorìo incessante; sono un suo derivato necessario, poiché dagli sconvolgimenti nascono gli Imperi e dall’ultimo nascerà quello dell’anticristo come ricorda padre Sales nel commento all’Apocalisse. Ma è doveroso non soffermarsi alle sole conseguenze, bensì andare alla causa ultima: tutti gli errori del mondo hanno un’unica matrice: scaturiscono dal rifiuto della prima concezione (sottostare a Dio) e dall’applicazione massiccia ed integrale della seconda (negarlo, per farsi come Lui).

Il lettore che non capisce o non accetta questa dinamica, non conosce le vere caratteristiche della lotta, che è spirituale, intra e meta-storica assieme; di conseguenza, quel lettore, rimarrà incapace di realizzare un quadro completo della realtà in costruzione, non importa quanta informazione “non allineata” tritura. Anzi, il complottismo, quando manca la fede, seduce e depista l’uomo incredulo, perché gli fornisce una spiegazione apparentemente plausibile nelle cose più assurde (scie chimiche, ufo [i cui avvistamenti sono in aumento], rettiliani, le ridicolaggini di David Icke [anch’esso in grande rispolvero ultimamente], ecc., ecc.).

Noi evitiamo di fare la fine delle pecore matte. Perché la nostra chiamata è ben altra.

Pusillus grex

E così giungiamo a comprendere il vero scopo della gnosi: il pervertimento della mente umana al fine di fargli smarrire qualsiasi ricordo, qualsiasi idea lontanamente vera, lontanamente salvifica.

Siamo all’acme del dramma, al suo esatto centro. E, tocca ammetterlo, queste menti geniali, lucide, luciferine, e questa gigantesca architettura da loro eretta… tutto ha raggiunto lo scopo. Essi hanno vinto mettendo in opera quelle facoltà di spirito per cui Satana, angelo decaduto ma pur sempre angelo, è superiore all’uomo.

Se la Càbala e i sistemi gnostici finiscono con l’innalzare l’Uomo alla divinità dionisiaca, alla unificazione di dio e del mondo, e tutte le gnosi terminano in questo superuomo del nulla nirvanico – senza grandezza (Dante direbbe magnanimità), senza carattere né alcuna grazia – non dovremmo forse concluderne che l’uomo, invece che Cristo, imita oggi il suo nemico?

Sì, la Càbala ha vinto. Il suo progetto – l’innalzamento della Società Macchina e l’intronizzazione del suo abitante, il Grande Uomo Macchina o Superuomo collettivo nel quale tutto converge – è stato portato a termine molto bene. Cristo ci aveva avvisati.

Furie e Gorgoni – i vizi con cui viene devastata l’umanità – hanno avuto la meglio sulla nostra natura corrotta: “Superbia, invidia ed avarizia sono le tre faville chhanno i cuori accesi” (Inf. VI).

Ma Cristo ha vinto per primo. Ha già vinto questo mondo.

L’uomo potrebbe ancora distanziarsi da ciò che gli ottenebra i sensi; capire che quello che ritiene un bene è invece un grande male. Le Promesse divine (sarò con voi fino alla fine) certificano questa potenzialità. Dio vuole salvi tutti (con volontà antecedente), perché ci ama, ma, di fatto, non tutti si salvano (per volontà conseguente di Dio).

Il bene si saggia attraverso il male. Ed è inevitabile che, nell’ultima forgiatura, il numero delle vittime sarà eccezionalmente grande. La storia si avvicina al suo termine, il tempo si esaurisce, misura del moto che accelera. E non è profetizzato che Cristo salverà l’intera moltitudine degli uomini. Anzi.

Perché senza la grazia (che il mondo non conosce) la ragione non può evitare questa confusione e queste tenebre. Il carattere, che l’uomo non ha più, nemmen quello basterebbe.

E allora, a noi.

Quel fuoco che ogni tanto Cristo ci accende in cuore; quel coraggio, quella determinazione eroica che lo Spirito, secondo il suo beneplacito, ci invia, sì che in certi momenti ci sentiamo come pronti a lasciare tutto per seguire la divina ispirazione, fate che non svanisca in un istante; coltivatela, domandatela, desideratela.

L’educazione alla modestia, a distogliere lo sguardo, a non curiosare (nei giornali, nella tv), è di vitale importanza per la conservazione della castità individuale e della moralità pubblica. La fuga da questo mondo rimane l’unica soluzione per noi. In fuga salus.

Perché il mondo non solo perde sé stesso: può perderci tutti. Perde persino la Chiesa, umanizzandola, cabalizzandola.

E se non si può evitare ogni contatto col mondo (Giov. 17, 15), se essere cristiani equivale ad essere, almeno moralmente, obbligati a partecipare alla conversione del mondo e un fedele non può senza peccare rendersi estraneo alla cooperazione missionaria, la prima lotta è però principalmente contro noi stessi, perché Cristo ci ha redenti ad uno ad uno, e così il tentatore ci vuole perdere singolarmente.

Noi, spettatori di questi mali dell’umanità; noi, a cui lo Spirito ha concesso un’onesta conversione, distanziamoci dall’homo faber per quanto basta (laborioso ma troppo chiuso nei problemi terrestri), e soprattutto andiamo nella direzione opposta all’uomo-bestia, che violenta il suo prossimo per l’ennesimo televisore.

L’incontro con il mondo non porta a nulla. Solo distruzione e contaminazione. Nondimeno i Bergoglio di questo tempo procedono su questa strada. E tale scelta operativa, quando non è stupidità, è allora la prova apodittica di mala fede. Far uscire le monache dalle clausure mi pare un buon punto in tal senso. Il mondo non cambierà; saranno invece i vizi a penetrare le grate. E anche questa, dopotutto, è gnosi.

Perché San Pio X – uno che se ne intendeva meglio dei Bergogli – diceva che l’impulso ultimo del modernismo conduce inevitabilmente la Chiesa alla fusione con il mondo per rendere la Chiesa un epifenomeno che emana dal mondo come massa.

Che poi questo impulso parta oggi dal pontefice non significa che lui non sia vero papa come pretendono dire alcuni baggiani, bensì che il “mistero d’iniquità” è nel suo atto finale. Giù il sipario [e nonostante tutto per il Pontefice si prega sempre].

Sta a noi fare la scelta: di quale città vogliamo far parte? A quale Tradizione vogliamo aderire?

Possiamo scegliere. Possiamo sforzare il nostro intelletto a migliorarsi, a migliorarci. Non nella superbia del sapere ma nell’amore del vero, che è amore per il prossimo (studio e mi santifico per aiutare il prossimo). Soprattutto, possiamo andare ai sacramenti con maggior frequenza, dismettendo il nostro orgoglio ferino, sempre in agguato.

Ecco l’utilità del ripercorrere tutte le fasi della penetrazione gnostica, l’importanza del capolavoro di Meinvielle: farvi conoscere gli artifizi diabolici per preservarvene, ma soprattutto farvi amare Dio e la sua Giustizia, nella speranza ci voglia parte del suo piccolo resto ancora fedele.

La sostanza di quello che, da editore cattolico, sono stato tenuto, obbligato a dirvi, seppur in troppo inchiostro.


Lorenzo de Vita



(Dalla Càbala al Progressismo, 500 pp., formato grande)
 
25,20 euro
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(sconto speciale per i lettori EFFEDIEFFE fino al 20 dicembre)

 

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Commenti  

 
# cgdv 2018-12-02 09:13
Bellissima e articolata presentazione di un testo la cui lettura permetterà di evidenziare e capire le ragioni e il metodo a monte dello stravolgimento progressista globale. Un processo artefatto in opposizione alla tradizione, che fingendosi amico dell'umanità in realtà la conduce alla perdizione sia materiale che morale.
Giuliano
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# Velester 2018-12-09 21:31
Padre Julio Meinvielle morì investito da una macchina nel 1973, mentre il suo allievo migliore, Jordán Bruno Genta, fu assassinato l'anno seguente, nel 1974, con ben undici colpi d'arma da fuoco, alla presenza dei suoi familiari.
L'assassino fuggì con un veicolo de l'Ejército Rivolucionario del Pueblo.
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