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Fallirà la Russia?
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La Russia ha 530 miliardi di dollari di riserve, nessun debito pubblico con l’estero, e grandi risorse energetiche minerarie. E’ mai possibile che faccia bancarotta? Pare di sì, a credere ai Credit Default Swaps «sovrani» (CDS).

Questi sono, diciamo così, il prezzo che una controparte richiede ad un operatore finanziario per «assicurarlo» contro il rischio che uno Stato sovrano, di cui l’operatore detiene titoli e bond, non riesca a pagare il suo debito (1).

Ebbene: se hai titoli USA, il «prezzo» del CDS è 25, il che significa che secondo i «mercati», gli Stati Uniti hanno 2 possibilità su 100 di fare bancarotta nei prossimi cinque anni. Per la Cina, il CDS costa 235, pari a 15 possibilità su 100 di fallimento. Il CDS della Corea del Sud è a 600, che equivale a un rischio di bancarotta sovrana del 41%. Per l’India, siamo a 750, pari a un rischio fallimento del 48%.

Per la Russia, il prezzo del CDS è a 1.200: il mercato teme - o scommette - che la Russia abbia il 62% di rischio di fare bancarotta.

Il CDS russo è oggi più caro di quello dell’Islanda prima del crack. Eppure, Russia, India e Corea insieme hanno riserve per un trilione di dollari. Com’è possibile?

Per la Russia, c’entra ovviamente il fortissimo precipitare del petrolio (da 150 a 60 dollari il barile) e dei metalli (rame, -40%), che riducono in modo drammaico gli introiti nazionali.

Ma c’entra soprattutto la solita causa: gli oligarchi, quei miliardari di nome Deripaska, Fridman, Abramovich, eccetera (tutti Katz) che stanno in gran fretta convertendo i loro depositi da rubli in dollari, contribuendo al deprezzamento del rublo, e portano i dollari all’estero. Un’altra volta, i membri del piccolo popolo, dopo essersi arricchiti a spese dei russi, fanno le valige e mettono al sicuro i soldi (2).

Negli scorsi anni del credito globale facile, gli oligarchi alla testa di enormi conglomerati si sono indebitati con l’estero adducendo progetti di espansione, complessivamente, per almeno 500 miliardi di dollari; i loro debiti superano già le riserve di Stato. E una cinquantina di miliardi di dollari di debito verranno a scadenza nei prossimi due mesi, e 160 nel corso del 2009; per fare cassa, gli oligarchi stanno svendendo azioni russe, insomma sono loro che hanno affossato la Borsa di Mosca, e non basterà.

«Quel che è successo» dicono alla Goldman Sachs «è che gli oligarchi hanno usato la loro enorme ricchezza in materie prime e azioni per prendere in prestito ancor più denaro, dando il collaterale come garanzia. Quando il collaterale cade di valore come avviene oggi per azioni e materie prime, gli si chiede di rientrare» da parte dei creditori anglo-americani. Ben lieti di assestare questo colpo all’odiata Russia.

Gli analisti occidentali aggiungono: è colpa di Putin, non ha lasciato crescere in Russia un mercato delle obbligazioni, per questo gli oligarchi hanno dovuto cercare capitali all’estero. Il mercato russo non è «trasparente».

Con questi chiari di luna, non c’è verso che gli oligarchi trovino istituzioni finanziarie disposte ad aspettare i pagamenti un paio d’anni in più, rifinanziando i debiti dei ricconi. I creditori potrebbero esigere la conversione del debito in azioni nei conglomerati degli oligarchi. Ma - credit crunch a parte - nessuno arde dalla voglia di diventare socio di gente che ha a sua disposizione squadre di sicarii e assassini per far fuori concorrenti e soci sgraditi.

In più, tutti gli investitori occidentali hanno preso la fuga dalla Russia dopo la guerra in Georgia, adducendo l’aumentato «rischio-Paese» da parte di un governo «autoritario» che interviene con mano pesante anche sui «mercati», per esempio chiudendo la Borsa di Mosca quando cade eccessivamente.

Si temono anche improvvise misure di controllo dei capitali, cosa resa sempre più probabile (e giustificabile) dalla fuga di capitali in corso. E misure di sostegno del rublo, sgradite ai «mercati».

In generale, è notoriamente la Russia ad essere «sgradita».

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha segnalato che sta abbassando il rating dei BOT russi, con l’argomento che gli interventi di «salvataggio» di Mosca a favore delle proprie banche (200 miliardi di dollari) hanno eroso la fiducia nella solvibilità dello Stato stesso.

Il ragionamento avrebbe una logica (la Russia soffre di minori introiti petroliferi e maggiori esborsi, sia da salvataggi sia da fuga di capitali), se S&P lo applicasse anche agli Stati Uniti, il Paese più indebitato del mondo, il cui debito pubblico è raddoppiato, che ha gettato oltre un trilione di dollari in «salvataggi» privi di effetto, ma che è ritenuto più «sicuro» che mai.

I mercati non danno più del 2% al rischio default americano, contro il 61% della Russia e il 25% della Cina. C’è qualcosa che non torna.

Piacerebbe sapere se - in questo momento di panico e di fuga generale dal rischio - i Credit Default Swap sovrani non riflettano più panico del necessario (l’India, per esempio, ha con l’estero debiti modestissimi).

Ancor più utile sarebbe sapere chi emette realmente i Credit Default Swaps come scommesse sui rischi di bancarotta di Stati, e se effettivamente sono stati conclusi contratti del genere, cosa che non pare del tutto plausibile, dato il gelo generale dei crediti.

Per dirne una, in questi giorni Londra è scossa dalla notizia degli intimi rapporti che legano l’oligarca ebreo Oleg Deripaska (proprietario fra l’altro di Rusal, la più grossa impresa di alluminio del mondo) con il ministro dell’Economia e correligionario Peter Mandelson (3).

Lo scorso agosto, Mandelson è stato notato come ospite nello yacht da 100 milioni di dollari di Deripaska a Corfù, vicino al quale aveva gettato le ancora anche l’ebreo australiano Rupert Murdoch. Secondo i conservatori, Mandelson ha qui un certo conflitto d’interesse, dato che ha deciso di abolire le quote d’importazione in Gran Bretagna di alluminio, cosa che ha dato una mano alla Rusal. Senza dire che Deripaska è uno strano amico per un ministro, dato che in USA è sotto inchiesta per riciclaggio, corruzione ed altre faccende penali (gli oligarchi sono fatti così).

Deripaska è inoltre amicissimo di Nat Rothschild, figlio del quarto barone Rotschild, che possiede a Corfù una villona; insieme, i due compari stanno per costruire in Montenegro un porto per panfili che, nelle loro intenzioni, dovrà rivaleggiare con il Principato di Monaco.

Nat Rotschild è co-presidente dell’hedge fund Atticus Capital e di un altro, JNR Capital, entrambi con vasti investimenti in Russia, Ucraina ed est europeo. E’ probabilmente da Nat Rotschild che lo sfortunato oligarca Khodorkovsky ebbe il denaro con cui acquistò - per un boccone di pane - il conglomerato petrolifero che poi Putin gli ha sottratto, e che è stato ribattezzato Gazprom.

La nota famiglia di banchieri ebraici rivuole i suoi soldi, ed ha dichiarato guerra a Mosca. Rothschild, Mandelson e Rupert Murdoch sono un trio potente. Se ci si mettono, possono anche manipolare il costo dei CDS sul rischio-default della Russia.

Viene da pensare che il vero errore di Mosca sia stato - di nuovo - un eccesso di fiducia nei «mercati», una incauta esposizione all’indebitamento con gli «investitori» occidentali. O di aver consentito ai suoi oligarchi una esposizione del genere. Ma Mosca non è la sola ad aver commesso l’errore.

I Paesi dell’area ex-sovietica dell’est Europa hanno contratto debiti, in complesso, per 1,6 trilioni di dollari. In Ungheria, sono stati spacciati mutui immobiliari in franchi svizzeri e yen giapponesi; e i poveri debitori si trovano col mutuo rincarato del 40%, perchè i tassi del franco e dello yen sono aumentati, e il fiorino ungherese è calato (del 14%). In Lettonia, i crediti immobiliari sono avvenuti nello stesso modo - con capitali esteri - con lo stesso effetto (4). L’Ungheria ha dovuto aumentare la rendita dei suoi Buoni del Tesoro dal 3% all’11,5%, sperando di attrarre credito.

«La sua economia non è abbastanza forte per reggere un simile rincaro del debito pubblico, e la speculazione sa che l’Ungheria non potrà sostenerlo a lungo».

Già gli hedge funds vedono la facile preda, e speculano sulla moneta ungherese, come nel ‘92 (governo Amato, Ciampi a Bankitalia) specularono al ribasso sulla lira italiana costringendola ad uscire dal «serpente» monetario europeo e a svalutarsi.

Se è debole l’Ungheria, che dire della Romania? Eppure ha dovuto aumentare i tassi d’interesse overnight (a brevissimo) del... 900%, per attrarre creditori vogliosi di indebitarla ulteriormente. Lo zloty polacco ha perso il 16%, la moneta bulgara anche di più.

Sono altrettanti i fallimenti sovrani in lista di attesa. Con quelle monete svalutate, i debiti di quei Paesi che hanno appena goduto delle gioie del libero mercato sono sempre più impossibili da pagare, visto che li hanno sottoscritti in dollari, euro, yen e franchi svizzeri. Ciò significa che presto quei Paesi non avranno i mezzi per acquistare il petrolio, le materie prime e forse anche il cibo di cui hanno bisogno: dal libero mercato globale gli resteranno la fame, il freddo, e una penosa autarchia.

Ma se uno di questi Paesi dichiara bancarotta, è tutta l’eurozona ad andarci di mezzo.

L’Austria ha investito molto in quei Paesi dell’est: Ungheria, ma anche Ucraina e Serbia, che attualmente ricevono ossigeno dal Fondo Monetario. Le banche austriache vi si sono esposte per l’85% del PIL nazionale. La Svizzera è esposta - attraverso le sue banche - con i Paesi emergenti per metà del prodotto interno lordo elvetico; la Svezia per il 25%, la Spagna è esposta per il 23% del suo PIL con l’America latina: ed ora che un fallimento dell’Argentina è alle porte, la stessa credibilità della Spagna come debitore sovrano è in discussione.

Per confronto, gli investitori USA sono esposti con l’Est «neodemocratico» per solo il 4% del PIL americano; è l’Europa che ha creduto fino in fondo ai dissennati dogmi sulla «libera circolazione di capitale» e sugli investimenti «emergenti», presunti lucrosi.

La Gran Bretagna, o meglio le sue banche e i suoi fondi pensione, hanno prestato ai Paesi emergenti dell’Asia (ora in recessione o in gravi difficoltà) 329 miliardi di dollari, quasi quanto gli USA e il Giappone insieme: ora le pensioni dei britannici dipendono dalle fortune economiche del Vietnam o di un’acciaieria indiana. E la sterlina si è deprezzata del 20% in un paio di settimane.

La crisi finanziaria originata in America può dunque conoscere una nuova fase in Europa, e particolarmente rovinosa: il default di Stati sovrani, dato il rifiuto generale di acquistare i loro BOT.

E l’Italia?

Noi abbiamo Unicredit esposta in Bulgaria. Soprattutto, abbiamo il nostro enorme debito pubblico il terzo del mondo. Chi lo comprerà, consentendo al Paese di rifinanziare il debito? La forbice fra i BOT tedeschi e quelli italiani (entrambi in euro) è vicino a 100 punti-base,
in zona-rischio.

Ma i risparmiatori italiani continuano a comprare BOT italiani. E per il momento, salvano la situazione.




1) Chan Akya, «Pretenders all», Asia Times, 25 ottobre 2008.
2) Ambrose Evans-Pritchard, «Russian default risk top Iceland as crisis deepens», Telegraph,
24 ottobre 2008.
3) Julie Hyland, «Britain: Labour, the conservatives and the Oligarchs», World Socialist Website, 25 ottobre 2008.
4) Ambrose Evans-Pritchard, «Europe on the brink of currency crisi meltdown», Telegraph,
26 ottobre 2008.


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