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Dall’Abominio della Desolazione nel Tempio di Gerusalemme (anno 167) a Simone Maccabeo (anno 141)

Dove Sono Oggi i Maccabei?

Dove sono oggi i Maccabei?” si chiedeva Monsignor Marcel Lefebvre dopo “l’abominio” della “desolante” riunione pan-ecumenista in Assisi nel 1986, perpetrato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.

Nell’articolo precedente abbiamo visto come nell’Antico Testamento il Tempio di Gerusalemme, in cui c’era la Presenza reale di Jaweh (“Shekinah”), fosse stato profanato da pagani idolatri (il siriano Antioco IV Epifane, nel 167 a. C. e il romano Gneo Pompeo, nel 63 a. C.) in alcuni casi (Antioco) aiutati dal Sommo Sacerdote allora regnante (Menelao).

La Situazione Odierna nella Chiesa di Dio

1°) Il Pan-ecumenismo di Assisi (1986-2016)

La situazione si ripresenta analoga in tutte le riunioni pan-ecumeniste, che si sono succedute dopo il 1986, anche con Benedetto XVI e, ça va sans dire, con Francesco. Il Sommo Pontefice invita e aiuta i pagani idolatri a profanare il Tempio del Signore (ad Assisi nel 1986 i monaci buddisti misero la statua di Budda sull’altare di una chiesa dopo averne rimosso il SS. Sacramento) e il Nome di Gesù, unico Salvatore del genere umano.

2°) L’Antropocentrismo del Vaticano II e del post-concilio

Queste riunioni irenistiche sono null’altro che l’applicazione pratica della dottrina del Concilio Vaticano II (1962-1965) e dell’immediato post-concilio, le quali vengono dal modernismo e portano al panteismo. Infatti papa Montini, durante l’Omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre del 1965, proclamò: «La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo».

Nel 1976, l’allora Cardinale Karol Wojtyla, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato l’anno successivo in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni (Milano, Vita e Pensiero, 1977), iniziò la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) con la citazione di Gaudium et spes n. 22: “In Lui [Cristo] la natura umana è stata assunta, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito, in un certo modo, ad ogni uomo” e poi asserì: «Il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato – come Uomo – uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116).

Inoltre, nella sua seconda Enciclica (del 1980) Dives in misericordia n. 1, Giovanni Paolo II scriveva: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio».

Infine Giovanni Paolo II ha scritto nella sua prima Enciclica (del 1979) Redemptor hominis n. 11: «La dignità che ogni uomo ha raggiunto in Cristo: è questa la dignità dell’adozione divina». Sempre in Redemptor hominis n. 13: «Non si tratta dell’uomo astratto, ma reale concreto storico, si tratta di ciascun uomo, perché […] con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. l’uomo – senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché, con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando l’uomo non è di ciò consapevole […] mistero [della Redenzione] del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre». Nella sua terza Enciclica (del 1986), Dominum et vivificantem n. 50, Giovanni Paolo II scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della Redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […] l’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di … tutto il mondo visibile e materiale […]. Il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi […] si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione».

Queste affermazioni ricolme di antropolatria e panteisticamente ereticali sono sostanzialmente analoghe all’abominio compiuto da Antioco IV nel Tempio di Gerusalemme ed aprono la porta al pan-ecumenismo di Assisi 1986-2016, esse sono pure l’eco del grido infernale di Lucifero (“Non serviam! / Non obbedirò!”) e dell’antico Serpente, “qui est diabolus et satanas”, nell’Eden (“Eritis sicut Deus / Sarete come Dio”) e fanno un tutt’uno con la teologia del Novus Ordo Missae, la nuova Messa, che rappresenta l’apoteosi dell’antropocentrismo pregato, poiché (tra i tanti errori che contiene) è celebrata dando le spalle a Dio ed è rivolta all’uomo, che prende il posto di Dio.

3°) La Nuova Messa di Paolo VI (1968/1969)

Paolo VI stesso, coadiuvato da pastori calvinisti, nel 1968, elaborando e poi promulgando, nel 1969, il Novus Ordo Missae, aveva compiuto un atto simile (non identico) alla “Abominazione della Desolazione” nel Luogo Santo perpetrato da Antioco IV.

I Cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci nel 1969 scrissero: «Il Novus Ordo Missae si allontana impressionantemente, nel suo insieme come nei particolari, dalla teologia definita dal Concilio di Trento sul Sacrificio della Messa» (in Lettera di presentazione del “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”). Il testo di questa Lettera di approvazione del “Breve Esame Critico” fu consegnato di persona, nel 1969, a Paolo VI dal cardinal Alfredo Ottaviani, che prima lo volle studiare attentamente e lo fece esaminare anche dagli esperti dell’allora S. Uffizio di cui era Prefetto. Il Cardinale Ottaviani, in quanto Prefetto e custode della S. Congregazione che si occupava (prima di essere stata abolita da papa Montini nel 1967) della Fede cattolica, scrisse, assieme al Cardinal Bacci, nella Lettera di presentazione del “Breve Esame Critico” a Paolo VI che la sua riforma liturgica era oggettivamente eterodossa ed andava “abrogata e non promulgata per il bene delle anime, che è la suprema lex della Chiesa”. Paolo VI non rispose anzi ne anticipò la promulgazione ed ingiunse, nel 1976, a monsignor Lefebvre e a chi ancora celebrava il Rito tradizionale di celebrare col “Nuovo Rito”, il quale secondo lui aveva abrogato l’Antico. Monsignor Lefebvre osservò semplicemente che la “Fede pregata” o la divina Liturgia, specialmente se di Tradizione apostolica (come la Messa romana, canonizzata da S. Pio V), non può essere abrogata, ma va difesa e che l’atto di Paolo VI era oggettivamente un abuso di potere. Il prelato francese si comportò come S. Paolo, il quale resistette pubblicamente davanti a Pietro “quia reprehensibilis erat” con la differenza che S. Pietro accettò la riprensione di S. Paolo, Paolo VI no. Anche Benedetto XVI nel 2007 ha dovuto riconoscere che il Rito detto di S. Pio V non poteva essere abrogato e che ogni sacerdote è libero di celebrarlo.

Certamente, come scrivono i Padri e i Dottori ecclesiastici, il diavolo cercherà sempre di abolire la Messa, però riuscirà soltanto a proibire la sua celebrazione pubblica ma dovrà sopportare quella delle catacombe, poiché Dio non permetterà che le porte degli Inferi prevalgano.

Antioco Abolisce il Sacrificio Perenne dell’Antica Alleanza

Antioco fece cessare il Sacrificio del Vecchio Patto nel Tempio solo per un certo periodo di tempo (dal 15 dicembre del 167 al 25 dicembre del 164, per 3 anni e 10 giorni). Tito nel 70 d. C. rese impossibile per sempre la perpetuazione di un “sacrificio” oramai vuoto, “morto e mortifero” poiché 1°) la “Shekinah” o la Presenza reale di Jaweh aveva abbandonato il Tempio il Venerdì Santo del 33, quando Gesù spirò, alle ore 15, sulla Croce sul Monte Calvario di Gerusalemme; 2°) perché il sacrificio di semplici animali del Vecchio Testamento prefigurativo (“l’ombra”, come la chiama S. Tommaso d’Aquino nel Lauda Sion) era stato rimpiazzato dal vero Olocausto (la “realtà o la verità”, S. Tommaso, Lauda Sion)[1], nel Sangue di Gesù, del Nuovo ed Eterno Testamento.

L’Abominio della Desolazione

“L’abominio della desolazione” significa – come abbiamo visto nell’articolo precedente – un orrore e designa la maledizione o l’esecrazione degli Dei pagani e quanto è connesso col culto idolatrico-politeistico. L’espressione ebraica “mesòmèm, o in forma contratta “sòmèm, indica il devastatore. La Volgata e i Settanta lo traducono come nome astratto di desolazione nel senso di devastazione, in breve è la maledizione della devastazione e del devastatore del Tempio. Il senso dell’espressione, quindi, è il culto idolatrico nel luogo santo, offerto da un devastatore. Daniele connette tale abominio idolatrico con la cessazione del Sacrificio perenne d’Israele nell’Antico Testamento: la sconsacrazione comporta l’abbandono del Tempio da parte della Shekinàh o Presenza di Dio nel “Santo dei Santi”.

In breve, “l’abominio della desolazione nel luogo santo” è l’obbrobrio del culto, idolatrico ed esecrando, degli Dei pagani installato sulle rovine del Tempio di Gerusalemme, devastato, temporaneamente, nel 167 a. C. da Antioco Epifane, profanato da Pompeo, che entrò nella Sancta Sanctorum nel 63 a. C. e distrutto, totalmente e per sempre[2], nel 70 d. C., da Tito, il quale però lo avrebbe voluto salvare, ma non vi riuscì (cfr. Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VI, 4, 228-235); ed infine designa anche l’ultima persecuzione che avverrà attorno alla Parusia, da parte dell’Anticristo finale, particolarmente contro la Religione cristiano/cattolica, di cui questi cercherà di abolire pubblicamente il Sacrificio della Messa, distruggendo le chiese e costringendo la celebrazione della Messa nelle case private, facendola ritornare alle “catacombe”. In breve, “l’abominio della desolazione nel luogo santo”, poco prima della Parusia, è l’obbrobrio dell’odioso culto idolatrico dell’Anticristo installato nel Tempio di Gerusalemme probabilmente ricostruito, in parte o totalmente, oppure sulle rovine del Tempio, se ancora devastato, ed infine designa anche l’ultima persecuzione che avverrà attorno alla Parusia, da parte dell’Anticristo finale, contro la Religione cristiana, e il Sacrificio della Messa (cfr. A. Lémann, L’Anticristo. L’uomo più fatale della storia, III ed., Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2014).

Antioco Prescrive l’Idolatria Sotto Pena di Morte

Il 15 dicembre 167, come abbiamo visto nell’articolo precedente, fu eretto nel Tempio di Jaweh “l’abominio della desolazione” (I Macc., I, 54; Daniele, IX, 27; Mc., XIII, 14), ossia la statua di Giove Olimpico. Cessarono, sino al 25 dicembre del 164 (il giorno della riconsacrazione del Tempio da parte di Giuda Maccabeo), il Sacrificio perenne e l’Oblazione monda del culto monoteistico a Jaweh. Venne costruita un’ara greca sopra l’Altare degli Olocausti e, dopo 10 giorni (il 25 dicembre 167), “fu imposto il culto idolatrico sotto pena di morte: i Giudei dovevano immolare vittime a Giove sulle are erette dappertutto in Giudea. Come vittima da sacrificare fu scelto il porco, oltremodo impuro per gli Ebrei di cui, dopo il sacrificio, dovevano anche cibarsene” (F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 35). Inoltre vennero offerti sacrifici pagani politeistici al “dio” Sole, che rinasceva nel solstizio invernale (25 dicembre). Infine, per compiere l’opera, il Tempio venne dedicato a Giove Olimpico. Tale stato di cessazione del Sacrificio perenne nel Tempio durò per tre anni, sino al 25 dicembre del 164, quando Giuda Maccabeo riconsacrò il Tempio di Dio.

Antioco: La Prima Persecuzione Religiosa della Storia

Scoppiò allora la vera e propria persecuzione dell’Ellenismo politeista e idolatrico contro la Religione monoteistica di Jaweh, che non poteva adattarsi ed accettare di offrire sacrifici idolatrici di maiali a Giove Olimpico. Fu la “prima persecuzione religiosa che la storia conosca” (G. Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, SEI, 1932, 2° vol., p. 272). Infatti Israele era l’unico popolo rigidamente monoteistico dell’antichità, quindi gli altri popoli, se soggiogati, accettavano senza problemi di venerare i nuovi dei imposti loro dai vincitori.

La persecuzione dell’Epifane provocò molte apostasie, “già largamente preparate dal fervore progressivo per i costumi e lo spirito ellenistici e dal simultaneo raffreddamento per i costumi israelitici e lo spirito jawehistico. […]. Ma si ebbero anche dei ribelli alle ingiunzioni di Antioco IV, e per conseguenza anche dei martiri. Anche questi non furono pochi. Si ha particolare notizia di madri che dopo gli editti anti-jawehistici circoncisero egualmente i loro bambini, e che perciò vennero uccise insieme con essi. Chi si rifugiava in recondite spelonche, per osservarvi impunemente il riposo del sabato, se veniva scoperto poteva finirvi bruciato dai fuochi accesi all’imboccatura dagli ufficiali Siriaci. Altri pagarono con la vita l’essere stati sorpresi in possesso dei Libri della Torah” (G. Ricciotti, cit., ivi).

Vi sono due episodi particolarmente commoventi riportati dal II Libro dei Maccabei (VI, 18, ss. e VII). Il primo riguarda il novantenne scriba Eleazaro, versatissimo nelle sacre Scritture, il quale preferì morire piuttosto che fingere soltanto di mangiare la carne di porco: infatti quando i Siriaci gli aprirono la bocca per forzarlo a mangiare carne suina, resisté; siccome i Giudei presenti, che lo amavano, gli dettero della carne “pura” dicendogli di fingere di mangiare carne suina, egli rispose che non poteva fingere facendo credere di essere diventato pagano e preferì essere martirizzato. Il secondo riguarda una madre di cui non si conosce il nome, che assisté al martirio dei suoi sette figli, incoraggiandoli, e poi li seguì nella morte per fedeltà a Jaweh, sotto gli occhi di Antioco.

“Molti altri, pur non essendo martiri, si sottrassero all’apostasia allontanandosi dai centri abitati – soprattutto da Gerusalemme – e meglio controllati dai Siriaci. […]. Molti di questi disurbanizzati si dettero alla campagna. Chi non voleva affrontare il martirio e non voleva neppure apostatare doveva lasciare la città, dove i pagani erano padroni assoluti: non restava che disperdersi nella steppa della Palestina e ivi condurre la vita nomade del beduino” (G. Ricciotti, cit., p. 274).

Arrivano i Maccabei…

1°) Il Vecchio Mattatìa l’Asmoneo

Nella steppa palestinese si erano rifugiati i fedeli di Jaweh. Antioco e gli ellenizzanti avevano conquistato Gerusalemme e le grandi città d’Israele e pensavano di aver avuto vittoria completa sullo Jawehismo. Quindi sottovalutarono i pii Giudei che vivevano nelle zone steppose e desertiche, opponendo sino ad allora una resistenza solo passiva all’Ellenismo, che avrebbe potuto diventare ben presto attiva ed armata. Ora successe proprio questo in poco tempo nella piccola cittadina di Modin (a circa 30 km da Gerusalemme), in cui viveva una famiglia di stirpe sacerdotale: gli Asmonei, il cui capofamiglia era Mattatìa l’Asmoneo, che aveva 5 figli, dei quali il terzo si chiamava Giuda detto “Maccabeo”, ossia “Martello” (dall’ebraico maqqabahah per indicare la forza con cui colpiva i nemici) che avrebbe frantumato l’Ellenismo.

«Il sacerdote Mattatìa era un uomo all’antica, quindi non proclive all’aggiornamento, circondato dai suoi figli di cui era ben fiero. Egli nutriva un gran disprezzo per i costumi dell’Ellenismo e la profanazione idolatrica dello Jawehismo lo aveva fatto fremere di sdegno. Non era uomo da tacere o fingere; alle prime avvisaglie della persecuzione dell’Ellenismo verso lo Jawehismo Mattatìa manifestò apertamente tutta la sua riprovazione. Era vecchio, ma aveva sempre a sua disposizione i suoi 5 giovanotti e la steppa sconfinata. Là avrebbe giocato il tutto per tutto. Il suo motto era: “Che c’importa di vivere ancora a lungo?” (I Macc., II, 13)» (G. Ricciotti, cit., p. 284).

Un giorno i nodi vennero al pettine, come succede quasi sempre nelle vicende umane quando le circostanze ci obbligano a prendere posizione e a schierarci con uno o con l’altro (con Cristo o con Belial, con Jaweh o con Giove, con Dio o con Mammona, con Antioco o con Mattatìa). Infatti la commissione di controllo per l’ellenizzazione forzata della Palestina giunse a Modin per farvi eseguire gli editti di Antioco a favore del culto idolatrico ellenistico. Molti Giudei si piegarono e sacrificarono a Giove e agli Dei “falsi e bugiardi”, Mattatìa rifiutò categoricamente proprio mentre un altro giudeo si presentò davanti alla commissione per sacrificare agli idoli. A quello spettacolo il vecchio sacerdote non si contenne più, ammazzò l’apostata, il commissario di Antioco e distrusse l’altare pagano in cui i Giudei rinnegati avevano offerto i sacrifici agli idoli pagani (non aveva ancora letto i Decreti del Vaticano II). Quindi fuggì con i suoi 5 figli nella steppa, invitando tutti gli abitanti di Modin a seguirlo e a restar fedeli a Jaweh. La notizia si diffuse con una rapidità impressionante e i Giudei, che si erano rifugiati nella steppa, opponendo solo una resistenza passiva all’Ellenismo idolatrico e politeista, ripresero coraggio e furono trascinati dall’esempio di Mattatìa a prendere le armi per passare al contrattacco, nella resistenza attiva e armata.

Subito dalla fortezza di Akra in Gerusalemme partì un drappello di soldati Siriaci per stroncare i rivoltosi. I soldati, astutamente attaccarono un gruppo di circa 1000 resistenti il giorno di sabato. Costoro ingenuamente rifiutarono di difendersi per non violare il sabato e vennero uccisi. Mattatìa capì che non si poteva vincere la guerra, se ci si atteneva scrupolosamente alla lettera della legge del giorno del riposo sabbatico, che non vietava di fare il bene o di difendersi dal male, ma solo di compiere opere non necessarie nel giorno di sabato. Quindi decise che nel sabato i fedeli di Jaweh non avrebbero attaccato, ma si sarebbero difesi senza timore di offendere la legge.

Mattatìa e figli raccolsero i primi sbandati della steppa, si munirono di armi e costituirono un piccolo esercito, facendo esattamente il contrario per diametrum di quel che facevano i soldati di Antioco: Ellenisti e Giudei apostati venivano giustiziati, le are pagane venivano distrutte, i bambini venivano circoncisi.

Mattatìa era già molto vecchio e nel 166 a. C. morì, incitando i suoi figli a perseverare nella lotta. Nominò il secondogenito, Simone, capo degli affari di politica e di amministrazione, mentre il terzogenito, Giuda, fu nominato sovrintendente agli affari della guerra.

2°) Giuda Maccabeo

Il prudente politico Simone e il fiero combattente Giuda, si misero a capo della resistenza, rimpiazzando il vecchio Mattatìa, aiutati dagli altri 3 fratelli. In quel momento si trattava di difendersi e di guerreggiare. Quindi, allora fu Giuda – il primo della sua famiglia ad essere chiamato Maccabeo o Martello – a comparire in prima linea e ad occupare la scena.

Giuda fu un vero eroe, forte nello spirito e nel corpo. Innanzitutto si dedicò all’organizzazione dell’esercito. Occorreva armare e addestrare gli uomini abili alla battaglia. I Siriani, che stavano alla fortezza di Akra in Gerusalemme, vennero sùbito a sapere del fermento bellico in casa dei Maccabei, essi ne furono preoccupati e cercarono rinforzi in Siria, reputando di non avere ad Akra forze sufficienti per sedare la resistenza, ma i rinforzi materiali non furono sufficienti lo stesso, perché, come scrive il Ricciotti: “I Siriaci avevano numerato le braccia armate senza tener conto dello spirito che le animava. […]. L’esasperazione e il valore negli insorti ebbero il sopravvento sull’equipaggiamento e sul numero delle truppe prezzolate: l’esercito siriaco, guidato dal generale Apollonio, fu distrutto” (cit., p. 286).

Questa sconfitta non era un disastro completo per i potentissimi Siriani, ma non si poteva minimizzarla neppure. Il generale siriano Seron ebbe l’incarico di riparare la sconfitta subìta, ma anche lui, come Apollonio, sottovalutò le capacità degli insorti e giunto a Beth-Horon a circa 20 Km da Gerusalemme, s’imbatté in Giuda Maccabeo. Molti dei suoi uomini alla sola vista del numeroso esercito siriaco, comandato da Seron, si sgomentarono, ma la parola infiammata di Giuda il Maccabeo accese gli spiriti dei suoi soldati e li spinse, con ardore, alla pugna. Essi si precipitarono come “lupi affamati”, scrive il Ricciotti (cit., p. 287), sul grande esercito siriano, che si sbandò e perse circa 800 militi, uccisi dai Giudei. Il morale dei resistenti era alle stelle. Antioco si stava preparando ad attaccare i Parti, che erano un “osso duro” e dunque siccome la spedizione in Persia era molto rischiosa e difficile dovette andarci personalmente. Quindi dette al generale siriano Lisia, lasciato come reggente in Antiochia, l’incarico di domare i Giudei fedeli a Jaweh. Lisia fu coadiuvato dai generali Tolomeo, Nicanore e Gorgia. L’esercito siriano contava circa 40 mila uomini e 7 mila cavalieri (I Macc., III, 39), inoltre esso era equipaggiatissimo onde evitare altre brutte figure. I soldati di Giuda Maccabeo erano circa 6 mila (II Macc., VIII, 16). Giuda spinse i suoi ad attaccare i Siriani ad Emmaus, essi irrompendo inaspettatamente ottennero una bella vittoria, uccidendo 3 mila nemici e mettendo in fuga gli altri (correva l’anno 163 a. C.).

Nel 164 Lisia venne di persona in Giudea, ma i soldati di Giuda Maccabeo reagirono con tattiche di guerriglia e misero in difficoltà l’esercito di Lisia, che interruppe la campagna di Palestina, ritirandosi in Antiochia di Siria non solo per lo scacco subìto da parte del Maccabeo, ma anche perché dalla Persia giungevano notizie non buone sulla sorte dei Siriani e addirittura si parlava dell’avvenuta uccisione (cosa non vera) di Antioco da parte dei Parti.

Giuda Maccabeo e Lisia vennero ad un accomodamento, provvisorio, che conveniva ad ambedue. I Giudei avrebbero ottenuto il riconoscimento del libero culto di Jaweh, mentre Lisia ad Antiochia sarebbe stato più libero di occuparsi della difficile situazione siriana, con Antioco non solo in Persia, ma forse addirittura morto e l’esercito siriano battuto dai Parti. Fu in questa occasione che Roma cominciò ad entrare direttamente – anche se solo diplomaticamente e non militarmente – nelle vicende della Giudea, correva l’anno 164 (cfr. Polibio, Storie, XXV, 53, 4).

Tuttavia la “pace” raggiunta da Giuda Maccabeo con Lisia era una “tregua armata”, basata sulla mutua tolleranza: libertà di culto per i fedeli di Jaweh, che avrebbero potuto (de jure) vivere a Gerusalemme a fianco degli ellenizzanti. Ricciotti si chiede retoricamente: “Era possibile ciò? Evidentemente era un sogno” (cit., p. 292). Infatti il lupo e l’agnello, il fuoco e la paglia, il monoteista e il politeista, il cattolico e il modernista non possono stare a fianco l’uno dell’altro.

Giuda Maccabeo rientrò in Gerusalemme con i suoi soldati e la sua prima preoccupazione fu di prendersi cura del Tempio profanato 3 anni prima: nel 15 / 25 dicembre del 167 da Antioco Epifane, coadiuvato dall’aggiornato Sommo Sacerdote ellenizzante Menelao.

Giuda Maccabeo e la Riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme: 25 dicembre 164

La festa o “dedicazione” della purificazione e riconsacrazione del Tempio profanato dal re siriano (Antioco IV) e dal Sommo Pontefice giudeo (Menelao) fu celebrata, il 25 dicembre 164, sotto la sovrintendenza di Giuda Maccabeo, il quale fece incetta dei Libri sacri della Torah, andati perduti sotto la persecuzione dell’Epifane (II Macc., II, 14).

Ma tale stato di cose sarebbe potuto continuare per lungo? Giuda e i suoi erano oramai troppo smaliziati per non condividere il giudizio già espresso da Antioco Epifane, secondo cui Ellenismo (Modernismo) e Jawehismo (Cattolicesimo) erano inconciliabili, per cui uno avrebbe scacciato l’altro. Quindi Giuda si dette da fare per espellere da Gerusalemme e dalla Palestina l’idolatria ellenistica, che Antioco Epifane aveva importato dal 175 in Giudea, 11 anni prima.

Giuda creò due basi strategiche per le sue armate, che dovevano spostarsi di frequente: la prima in Gerusalemme e particolarmente nel Tempio medesimo, che circondò di torri e alte mura (senza “costruire ponti e abbattere i bastioni”…), facendone una fortezza inespugnabile, in cui si trovava costantemente un presidio di soldati maccabici. Il Tempio si trovò, così, di fronte all’Akra in cui stavano i Siriani e, strategicamente, le faceva da contraltare; la seconda base strategica fu Beth-sur a 27 Km da Gerusalemme, che si ergeva all’entrata dell’Idumea (in ebraico Edom), i cui abitanti (Edomiti) erano tra i più feroci nemici d’Israele.

Frattanto giunse la notizia della vera morte di Antioco, i resistenti maccabici ne approfittarono per eliminare la presenza minacciosa dell’Akra siriaca, cingendola d’assedio con macchine belliche opportunamente preparate, ma alcuni Siriani fuggirono dall’Akra e andarono ad Antiochia ad avvisare i regnanti della situazione che si era venuta a creare a Gerusalemme. Il generale Lisia, che si era impadronito del potere, dopo la morte di Antioco IV, disattendendo l’ordine dell’Epifane di mettere sul trono Filippo, si affrettò a reagire. Innanzitutto assediò Beth-sur, alla testa di un enorme esercito, munito di 32 elefanti da guerra, vi lasciò una parte del suo esercito, la aggirò e poi si diresse verso Gerusalemme. Giuda tolse l’assedio all’Akra e andò celermente ad aiutare Beth-sur assediata dai Siriaci, ma a circa 10 Km da Beth-sur incontrò l’esercito di Lisia e fu battaglia. I Giudei attaccarono il centro dell’esercito di Lisia, uccidendo circa 600 nemici, e poi presero d’assalto anche gli elefanti. Eleazaro, il fratello minore di Giuda Maccabeo, scorto un elefante molto più grosso degli altri, pensò che fosse quello del re, quindi, si avvicinò ad esso e messosi sotto la pancia del pachiderma gli infilò una lancia nel ventre, ma restò ucciso dal peso dell’elefante, che cadde morto a terra travolgendolo e schiacciandolo sul suolo. Il re, Antioco V Eupatore (che significa “di nobile padre”) di appena 9 anni, non si trovava su quell’elefante, Lisia, che ne era il tutore e praticamente governava a suo nome e al suo posto, non aveva voluto fargli correre inutili rischi.

Tuttavia nonostante l’impeto dei Giudei, l’esercito siriaco resistette abbastanza fortemente, cosicché i maccabici dovettero ritirarsi in fretta e furia verso Gerusalemme e si rinchiusero nella fortezza del Tempio (la “Collina di Sion”). Lisia li rincorse e cinse d’assedio anche il Tempio di Gerusalemme, poco dopo la fortezza di Beth-sur cadde in mano ai Siriaci e gli assedianti il Tempio si rafforzarono ulteriormente grazie al confluire verso Gerusalemme dei soldati che avevano espugnato Beth-sur.

La situazione della Città santa si fece drammatica soprattutto per la mancanza di cibo. Molti dei difensori si sbandarono e così restarono a difendere Gerusalemme solo pochi valorosi guerrieri. La città sarebbe caduta se non fosse successo l’inatteso…

Infatti, Filippo, cui Lisia aveva sottratto il trono lasciatogli da Antioco IV, si avvicinava ad Antiochia alla testa di un grande esercito, per regolare i conti con Lisia e regnare sulla Siria.

Allora Lisia dovette concedere la pace ai Giudei assediati nel Tempio, i quali, data la situazione difficilissima in cui versavano, furono ben felici di accettarla e poi dovette correre verso Antiochia (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XII, 9, 7). I Giudei fedeli al Maccabeo ringraziarono di cuore Jaweh per il pericolo scampato e non disarmarono, mentre i Giudei ellenizzati o apostati non abbandonarono l’intento di eliminarli una volta per tutte. Fu così che prepararono un piano astuto. Il Sommo Sacerdote ellenizzato, Menelao, era morto per mano dei soldati di Lisia: è la sorte che normalmente tocca ai traditori. Quindi bisognava eleggerne un altro. Cercarono un discendente di Aronne, che potesse essere eletto lecitamente al Sommo Sacerdozio (mentre Menelao lo aveva acquistato simoniacamente e non era neppure di discendenza aronitica), ma che fosse anche lui ellenizzato (modernista) o almeno filo-ellenico (progressista). In tal modo i Maccabei con i loro seguaci sarebbero diventati anche religiosamente eversivi oltre che politicamente, poiché il nuovo Sommo Sacerdote sarebbe stato legittimo e non illegale come Menelao ed avrebbe “scomunicato” il partito dei Maccabei perché non seguiva il corso di “aggiornamento” ellenizzante intrapreso dal “Nuovo Ordine Sommo-Sacerdotale”.

Comunque in campo siriano vi fu una lotta all’ultimo sangue tra il generale Lisia (col piccolo re Antioco V Eupatore) e Filippo, dalla quale Lisia ne uscì sconfitto e il generale Filippo favorì l’intronizzazione di Demetrio I (162-150 a. C.). Non appena Demetrio si sentì al sicuro sul trono della Siria, i Giudei ellenizzanti o apostati gli inviarono una delegazione per trattare la questione dell’elezione del nuovo Sommo Sacerdote, che avrebbe dovuto rimpiazzare il defunto Menelao. Il candidato era Eliacim (il quale aveva ellenizzato questo suo nome ebraico con quello greco di Alcimio), della stirpe di Aronne, che si trovava nella delegazione diretta ad Antiochia per incontrare il re Demetrio I. Sembra che Eliacim o Alcimio (secondo la nuova moda greca) fosse già stato Sommo Sacerdote, lo conferma anche Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XII, 9, 7; XX, 10, 235) e lo leggiamo nella S. Scrittura (II Macc., XIV, 3-7). Sembra che sùbito dopo l’uccisione di Menelao, Lisia e Antioco V avessero eletto Eliacim al Sommo Pontificato, ma egli non ebbe quasi il tempo di esercitare praticamente la sua carica per l’opposizione di Giuda e degli altri Maccabei con i loro seguaci: i Giudei fedeli a Jaweh (cfr. I Macc., VII, 5).

Il re Demetrio I capì l’antifona, accettò e confermò l’elezione di Alcimio al Sommo Sacerdozio di Gerusalemme. Per intronizzarlo nel Tempio, data la presenza in esso dei Maccabei, inviò a Gerusalemme il generale Bacchide a capo di un numeroso esercito. Correva l’anno 161 a. C.

Tuttavia, nel medesimo tempo, Giuda Maccabeo era ricorso a Roma, contro la Siria, poiché era cosciente di non avere forze armate sufficienti per respingere un assalto dei Siriaci condotto con tutto il loro esercito capitanato dal re Demetrio. Infatti Roma nel 160 aveva assunto un atteggiamento diffidente verso Demetrio, che avrebbe potuto contrastare la sua tendenza ad ingerirsi negli affari Mediorientali. I Romani approfittarono, proprio allora, del caso di Timarco, che in Babilonia si proclamò indipendente dalla Siria e fu riconosciuto da Roma dal punto di vista diplomatico, poiché militarmente Roma ancora non si decideva a spingersi nel Vicino e Medio Oriente. Giuda Maccabeo sperò quindi che Roma potesse riconoscere anche lui e la sua indipendenza da Antiochia, almeno de jure o diplomaticamente. Quindi inviò a Roma 2 suoi emissari: Eupolemo e Giasone (I Macc., VIII, 17-19). A Roma furono bene accolti e venne loro concesso lo sperato riconoscimento (I Macc., VIII, 31).

Ma erano solo belle parole diplomatiche senza alcun aiuto bellico concreto, il Ricciotti le chiama: “tuoni senza fulmini” (cit., p. 301). Infatti quando Giuda Maccabeo si trovò a doversi difendere da Demetrio, i Romani non inviarono in Palestina le loro legioni e continuarono con la loro politica del “non-intervento”, si contentavano, per il momento, di applicare il principio del Dìvide et Impera, aspettando il momento giusto per intervenire con la forza, il che avverrà soltanto circa 100 anni dopo, con Gneo Pompeo, nel 63 a. C.

Bacchide si avvicinò a Gerusalemme, non temendo l’intervento romano, poiché anche Timarco di Babilonia, poco tempo prima, era stato appoggiato diplomaticamente da Roma, ma poi quando venne attaccato dalla Siria, non fu aiutato dai Romani, fu lasciato solo e fu ucciso dai Siriaci. Sarebbe avvenuta la stessa cosa a Giuda e fratelli Maccabei?

Bacchide arrivò a Gerusalemme e i Giudei ellenizzati, furbescamente, si ripararono dietro ad un Sommo Sacerdote regolare (Alcimio), che fece presa sui resistenti. Infatti Bacchide ed Alcimio si presentarono “amichevolmente”, cercarono di contattare Giuda, che non si fidò; invece altri si fidarono, pensando che raggiunta la libertà di adorare Jaweh, colla garanzia dell’elezione legalmente corretta di Alcimio al Sommo Pontificato, non era più il caso di combattere, ma ci si poteva accordare. Essi lasciarono Giuda, ma gli costò caro. Infatti recatisi da Bacchide ed Alcimio furono trucidati in 60 in un sol giorno nei pressi di Gerusalemme, poi Bacchide cominciò il rastrellamento dei jawehisti in tutta la regione di Gerusalemme. Terminata la caccia all’uomo, Bacchide tornò ad Antiochia, lasciando ad Alcimio il governo anche politico di Gerusalemme e della Giudea, assieme ad una buona compagnia di soldati.

Ricominciò, così, la persecuzione religiosa sistematica e capillare, come pure la resistenza di Giuda e maccabici, che, datisi di nuovo alla steppa, si ricostituirono in drappelli di guerriglieri. In poco tempo essi attaccarono e misero talmente in difficoltà l’esercito di Alcimio, che questi dovette ricorrere al re siriano Demetrio I, il quale mandò un altro generale, di nome Nicanore, in Palestina, ma esso ebbe la peggio in un primo scontro non lontano da Gerusalemme e si rinchiuse nella Gerusalemme bassa, essendo il Tempio (nella Gerusalemme alta) in mano ai maccabici.

Quando Nicanore mise il naso fuori di Gerusalemme per andare incontro ad un altro contingente che veniva ad aiutarlo dalla Siria, Giuda, con 3 mila uomini armati, lo assalì con un attacco di guerriglia a sorpresa. Nicanore rimase ucciso, il suo esercito si sbandò e venne massacrato, era il 13 marzo del 160. Ma questa fu anche l’ultima vittoria dell’eroe Maccabeo.

Infatti Demetrio mandò il generale Bacchide (accompagnato da Alcimio), con un esercito di 20 mila uomini e 2 mila cavalieri a vendicare Nicanore. Ad Elasa a circa 15 Km da Gerusalemme avvenne lo scontro. I maccabici erano 3 mila e si spaventarono alla vista dei 20 mila uomini della Siria, molti si sbandarono e s’imboscarono di nascosto. Giuda restò con soli 800 soldati (I Macc., IX, 7) e ne fu talmente amareggiato che ne ebbe la mente offuscata e decise di attaccare egualmente, mentre i suoi fedelissimi gli consigliarono di ritirarsi ed attendere momenti migliori. Invece Giuda attaccò con tutta la sua foga e il suo coraggio, sfondò in un primo momento le fila degli avversari, ma fu preso alle spalle dai cavalieri. Giuda e molti altri rimasero sul terreno, era l’aprile del 160.

3°) Jonathan Maccabeo

Bacchide dominava dall’Akra e Alcimio dal Tempio (oramai in mano ai novatori ellenizzanti). I pochissimi gerosolomitani, rimasti fedeli ai Maccabei, lasciarono la città e si rifugiarono nella loro “vecchia e cara steppa”, l’Ellenismo trionfò e il resto dei Giudei rimasti a Gerusalemme passò con gli Ellenisti.

I maccabici nella steppa sperarono contro ogni speranza, decisero di scegliersi un capo, ma 2 dei 5 fratelli Maccabei, Eleazaro e Giuda erano morti in battaglia, Simone continuava a fare il consulente politico. Fortunatamente il minore dei fratelli, Jonathan, era un valoroso guerriero e avrebbe potuto avere la stoffa del fratello Giuda. Quindi Jonathan fu il nuovo comandante dell’esercito maccabico. Il maggiore dei fratelli maccabei, Giovanni, divenne il direttore della salmeria e degli accampamenti. L’esercito jawehista si spostò da Modin alla impervia zona della cisterna di Asfar (I Macc., IX, 33), ove si era rifugiato David per sfuggire l’ira folle di Saul.

Giovanni Maccabeo fu ucciso da alcuni predoni che per razziare le salmerie lo attaccarono, mentre si trovava in Transgiordania. Jonathan lo vendicò sùbito.

Alcimio nel maggio del 159, da buon modernizzante-ellenizzante, aggiornò l’architettura del Tempio, troppo preconciliare, e demolì il muro dell’atrio interno, che separava lo spazio interno al Tempio per i soli sacerdoti, da quello per i fedeli esterno al Tempio, ma non fece i conti con Jaweh, che non si era ancora aggiornato, e fu colto da apoplessia, morendo tra dolori tremendi. L’incidente fu considerato come una punizione divina per aver cambiato il progetto del Tempio come Jaweh lo aveva dettato (I Macc., IX, 54).

Bacchide, che si trovava in Giudea soprattutto per proteggere Alcimio, se ne tornò a questo punto ad Antiochia e “la Giudea rimase in pace per due anni” (I Macc., IX, 57). Giuseppe Flavio narra che Alcimio non ebbe successori immediati e che la Sede rimase vacante per 7 anni (Antichità Giudaiche, XX, 10, 237).

Gli Ellenizzanti richiamarono Bacchide per eliminare Jonathan. Il generale siriano partì per la Giudea. Jonathan si era rifugiato a Beth-bassi non lontana da Beth-lem e si era fortificato ben bene (era un costruttore di muri e non di ponti…). Quindi lasciò suo fratello Simone il politico al comando della fortezza di Beth-bassi.

Jonathan inviò a Bacchide, prima che partisse per la Siria, 2 messi per trattare la restituzione reciproca dei prigionieri e un accomodamento generale anche se pro tempore. Bacchide accettò, i prigionieri vennero scambiati e Jonathan, che aveva avuto la promessa formale di Bacchide di non essere mai più assalito, si trasferì allora a Michmas, 15 Km a nord di Gerusalemme. Difronte ai Siriani non era più un ribelle politico, ma non aveva rinunziato al vecchio programma dei Maccabei né era disposto a scendere a patti con i Giudei ellenizzanti ed apostati. Così si trovarono “l’un contro l’altra armate” la cittadella jawehistica di Michmas e la città ellenizzante di Gerusalemme.

Dal 157 al 153 le notizie sono un po’ scarne. Tuttavia si sa che la reazione pro Jaweh, imperniata su Michmas, si estese sempre di più in tutta la Giudea, sino a conquistarne la maggior parte. Gli ellenizzanti di Gerusalemme chiesero aiuti a Bacchide, che avendo molte gatte da pelare ad Antiochia, non poté intervenire di nuovo in Giudea. Nel 153 Jonathan pian piano, era divenuto il padrone della Giudea.

Nel 153 la soluzione del dramma maccabico si avvicina inaspettatamente. Alessandro Bala (150-145 a. C.), il sedicente pretendente al trono della Siria, ma realmente avventuriero spacciantesi per il figlio di Antioco IV, sbarcò a Tolemaide (oggi S. Giovanni d’Acri) e mise in seria apprensione Demetrio, in quanto poteva riunire a sé contro Demetrio I la Giudea guidata allora da Jonathan Maccabeo. Demetrio si mosse sùbito per attirare a sé Jonathan e abbandonò i Giudei ellenizzati. Jonathan rimase freddo e lucido di fronte alle profferte di Demetrio, non perse il sangue freddo e la prontezza del giudizio. Capì che non doveva legarsi ad un sol carro (o Demetrio o Bala) poiché la prosperità dei maccabici jawehisti poteva venire da più parti. Quindi bisognava vedere quale fosse la migliore.

Un giorno Demetrio offriva i suoi favori a Jonathan e l’altro era Bala che faceva le sue offerte. Jonathan attendeva e accettava quelle dell’uno e poi quelle dell’altro, confermando il proverbio: “Tra i due litiganti il terzo gode”.

Jonathan si recò a Gerusalemme, dopo aver ricevuto l’invito di Demetrio, e sùbito iniziò a restaurare il Tempio, che si trovava sempre in contrapposizione dell’Akra, in cui si erano rifugiati i Giudei ellenizzati. Fece rialzare le mura del Tempio (con grande disappunto di Bergoglio), che erano state abbattute da Lisia.

Nel frattempo arrivarono a Jonathan anche le offerte di Bala, che costituì il Maccabeo Sommo Sacerdote del Giudaismo jawehistico e gli concesse l’onorificenza di “Primo amico del re”. Le offerte di Demetrio erano state superate da queste di Bala. Jonathan era di famiglia sacerdotale e accettò tranquillamente il Sommo Pontificato, officiando per la prima volta nel Tempio nell’ottobre del 152.

Tuttavia non si cullò sugli allori, sapendo che l’amicizia di Bala non era sincera e disinteressata, ma era dettata dalla paura verso Demetrio (e viceversa). Quindi era meglio non fidarsi e prepararsi: “Si vis pacem, para bellum / Se vuoi la pace, preparati alla guerra”.  Perciò si rimboccò le maniche e raccolse forze armate attorno a sé, munendosi inoltre di molte armi (I Macc., X, 21). Non si doveva tentare Jaweh, sperando di essere salvati da Lui: “Aiutati, ché Dio ti aiuta”.

Demetrio, per timore di essere scavalcato da Bala, raddoppiò le offerte a Jonathan, arrivò sino a concedergli la fortezza di Akra (I Macc., X, 24-40), ma Jonathan non si fidò di tanta o meglio troppa generosità: le promesse di Demetrio erano “promesse di marinaio”. Quindi il Maccabeo scelse Bala e affondò Demetrio I (soprannominato Sotere), che fu ucciso nel 150 (I Macc., X, 48), ma ebbe un successore in Demetrio II detto Nicatore (145-125 a. C.), cui si alleò il generale Apollonio. Bala si preoccupò di fortificare Antiochia a nord, mentre a sud rimase Jonathan, che assieme a suo fratello Simone e a 10 mila soldati affrontò Apollonio presso il porto di Giaffa (oggi Tel-Aviv) e lo sconfisse. Bala promosse il Maccabeo da “Primo amico del re” a “Parente del re”, il non plus ultra delle onorificenze siriache.

Il suocero di Alessandro Bala, Tolomeo VI, si spostò dall’Egitto verso la Siria per debellare il genero, ma durante la battaglia presso Tripoli di Siria, rimasero uccisi suocero e genero (anno 145). Jonathan tornò velocemente a Gerusalemme e dal Tempio pose sotto assedio la fortezza di Akra e i soldati Siriani.

Oramai (anno 145) si fronteggiavano Demetrio II e Jonathan. Però entrambi capirono che non conveniva a nessuno dei due stare contro l’altro. Quindi giunsero ad un accordo ragionevole, con qualche rinuncia da ambo le parti. Jonathan dovette rinunziare all’Akra, ma mantenne il titolo di “Primo amico del re”.

In Giudea restavano ai Siriaci solo le due fortezze di Akra in Gerusalemme e di Beth-sur, era quasi la piena indipendenza. Ma Jonathan sapeva attendere per ottenere la libertà totale per la sua Patria e la sua Religione. Gli si presentò tosto l’occasione quando Demetrio II venne minacciato da Antioco VI (figlio di Alessandro Bala e nuovo pretendente al trono di Siria), protetto dal suo generale Trifone. Demetrio poc’anzi aveva imprudentemente licenziato la maggior parte dei suoi soldati perché si sentiva al sicuro. Quindi dovette chiedere aiuto a Jonathan, il quale prima di soccorrerlo si fece promettere da Demetrio che avrebbe liberato l’Akra dalle guarnigioni siriache e lo stesso per Beth-sur, le quali sarebbero così tornate ai Giudei. Solo allora il Maccabeo mandò 3 mila soldati scelti ad Antiochia. Essi sedarono la rivolta e mantennero Demetrio sul trono. Tuttavia il re siriano non mantenne la promessa e non ritirò le sue guarnigioni da Akra e da Beth-sur. Jonathan non glielo perdonò.

Antioco VI iniziò a fare le stesse offerte che Alessandro Bala aveva fatto a Jonathan per allontanarlo da Demetrio II. I Maccabei si allearono con lui e abbandonarono Demetrio II. Simone Maccabeo attaccò la fortezza di Beth-sur e se ne impadronì dopo un lungo assedio. Jonathan circondò l’Akra con un alto muro, che la isolava dal resto di Gerusalemme e soprattutto dal Tempio limitrofo, nel medesimo tempo iniziò la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (questi Maccabei erano decisamente preconciliari…), che erano state rovinate fin dai tempi di Antioco IV Epifane (175-164). Infine mandò a Roma due suoi messi: Antipatro e Numenio, che cercarono appoggi ed alleanze anche a Sparta, la quale aveva mantenuto una certa potenza in Grecia e di lì agiva sull’Asia Minore. Sennonché questa attività diplomatica con l’estero (Roma e Sparta) allarmò il generale Trifone, il protettore di Antioco VI, che mirava a prendere il posto di Antioco come re della Siria. Trifone si finse amico di Jonathan, lo invitò a raggiungerlo a Tolemaide, solo con una piccola scorta, per consegnargli personalmente la città. Jonathan non sospettò nulla e cadde nel tranello di Trifone, recandosi a Tolemaide con solo mille soldati, ma appena giunti a Tolemaide vennero trucidati e Jonathan venne fatto prigioniero da Trifone, correva l’anno 143.

La prossima volta vedremo la storia della Giudea da Simone Maccabeo (142 a. C.) sino al dominio di Roma sulla Palestina nel 63 a. C. (cfr. M. J. Lagrange, Le Judaisme avant Jesus-Christ, Parigi, III ed., 1931, pp. 47148; F. M. Abel, Histoire de la Palestine, Parigi, 1952, vol. I, pp. 130-344; F. Spadafora diretto da, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 378-382, voce “Maccabei” a cura di Angelo Penna; Ignazio Schuster – Giovanni Battista Holzammer, Manuale di Storia Biblica, Torino, SEI, II ed., 1951, vol. I, Il Vecchio Testamento, pp. 930-968 ; F. Spadafora, Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1951, vol. VII, coll. 1743-1752, voce “Maccabei”; A. Penna – P. Frutaz, Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. XI,  coll. 445-446, voce “Sette Fratelli Maccabei”; P. Johnson, Storia degli Ebrei, Milano, Longanesi, 1991, pp. 110-124; F. Spadafora, Bibliotheca Sanctorum, Roma, Studium, 1966, vol. VIII, coll. 434-439, voce “Maccabei”).

Fine della Seconda Parte

Continua

d. Curzio Nitoglia



[1]Phase vetus terminat. Vetustatem novitas, Umbram fugat veritas. Noctem lux eliminat. / Termina la vecchia Pasqua. Il Nuovo Patto elimina l’Antico, la Verità (il Sangue di Gesù) fuga e rimpiazza l’Ombra (il sangue degli agnelli). La luce caccia la notte” (S. Tommaso d’Aquino, Lauda Sion). Nel Tantum ergo l’Angelico scrive: “Et Antiquum Documentum Novum cedat Ritui. / Le figure del Vecchio Testamento cedano il passo alla Verità del Nuovo Testamento”. Questi Inni liturgici dell’Aquinate si fondano sulla divina Rivelazione. Infatti S. Paolo, divinamente ispirato, nell’Epistola agli Ebrei (IX, 13 ss.) aveva scritto: “Se il sangue dei capri e dei tori […] riesce a santificare secondo la purezza legale della carne (nella Legge cerimoniale dell’Antico Testamento), quanto più il Sangue di Cristo, che si è offerto come Ostia Immacolata a Dio, non purificherà la nostra coscienza?”.

[2] Alcuni Padri della Chiesa (S. Ireneo da Lione, S. Ippolito Romano, S. Cirillo da Gerusalemme, S. Giovanni Damasceno) unitamente ad alcuni Dottori scolastici (Francisco Suarez), commentando S. Paolo (II Tess., II, 4), in cui si legge che “L’Avversario… siederà nel Tempio di Dio, spacciandosi per Dio”, asseriscono che durante il Regno dell’Anticristo finale (prima della Parusia) molto probabilmente sarà ricostruito il Tempio di Gerusalemme, in parte o interamente, ma poi l’Anticristo perseguiterà anche il Giudaismo rabbinico, il Tempio verrà distrutto ed allora “Omnis Israel salvabitur / Israele in massa si convertirà a Cristo” (Rom, XI, 26). Cfr. Augustin Lémann, L’Anticristo, Proceno di Viterbo, EFFEDIEFFE, 2014, pp. 100-102.


 
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